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Ditesti

lunedì 30 giugno 2008

New mania made in Italy


24 aprile 2008 – scoppia una nuova mania in questo paese straccione: la polemica contro i salari e gli stipendi contrattati nazionalmente.

Spiegano che gli operai e gli impiegati del Nord e del Sud percepiscono lo stesso salario, ma al Nord la vita è più cara, mentre al Sud lo è di meno.

Quindi bisogna fare in modo che il lavoratore del Nord guadagni più di uno del Sud...


Correzione d'obbligo e precauzione nei confronti degli idioti: né Berlusconi né Fini né Bossi sono il viatico per il superamento del conflitto capitale-lavoro. Nessuno dei tre ha né il potere né la voglia per rovesciare l'andazzo “giusnaturalistico” che caratterizza la relazione tra padrone e forza lavoro. Esso comporta che i lavoratori del Nord potranno avere aumenti salariali inferiori all'aumento del costo della vita e quelli del Sud avranno (se li avranno) aumenti molto inferiori a quello del costo della vita. Questo è un passaggio che solo gli operai possono capirlo e a loro mi rivolgo.


I contratti nazionali di lavoro sono stati una delle vittorie del movimento operaio degli anni Sessanta, che distrusse la condizione feudale delle Gabbie Salariali. Allora un operaio del Sud guadagnava meno di uno del Nord, e per questo i metalmeccanici del Sud non erano uguali a quelli del Nord, erano più poveri, più sfruttati, più malpagati. Ora sembra che, un questo paese straccione, il fatto di vivere in una regione da sempre rimasta indietro nello sviluppo economico sia una condizione di privilegio.


Allora i diseredati dell'Uganda cosa dovrebbero essere?

domenica 29 giugno 2008

Neuroni in funzione: il caso degli inceneritori


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L'idea è di iniziare a usare il cervello in autonomia e di farsi un'opinione abbastanza ferrata in proprio, che metta in condizione il cittadino di scegliere affidandosi unicamente alla sua coscienza.

Ieri sera (5 maggio '08) mi è capitato per le mani un caso che si presta perfettamente allo scopo. Si tratta di una trasmissione televisiva d'attualità dove si parlò della questione termovalorizzatori - se sono idonei allo smaltimento dei rifiuti, se sono convenienti dal punto di vista economico – ed erano presenti due scienziati, esperti in materie differenti ma coincidenti e correlate ai termovalorizzatori. Dopo tutto, posso scrivere, di tanto in tanto qualche “intellettuale” càpita in televisione, infatti gli argomenti e le conclusioni a cui si arriverà saranno molto diverse dal solito.

Con in campo due scienziati sarebbe obbligatorio citare i loro nomi e dare qualche informazione biografica su di loro, perché pure gli scienziati hanno alle spalle una storia e le loro teorie, così come i risultati dei loro studi, sono sempre dei concetti a valle di concezioni ben definite dai loro curricula, dai loro principi ispiratori e molto altro.

Tuttavia non farò i loro nomi per una serie di ragioni. In primo luogo la mia presente riflessione è nata a fine della trasmissione, quindi anche se prestai grande attenzione ai discorsi dei due scienziati, ahimè non appuntai i loro nomi; in secondo luogo non vedo la necessità di andare a ripescare i nomi di queste due persone, ma non per sprezzo, tutt'altro, solamente reputo molto più importante concentrarmi sulle riflessioni che i due hanno reso possibili confrontandosi vicendevolmente, piuttosto il dare ragione all'uno o all'altro.

I due scienziati sono studiosi in campi diversi ma collimanti sulla questione dei termovalorizzatori, l'uno è un nanopatologo (un medico specializzato nelle malattie causate dalle microparticelle disperse nell'aria), l'altro è un ingegnere chimico esperto in inquinamento causato dalla combustione delle sostanze, in pratica è una delle migliori persone a cui chiedere: “quanto inquina un termovalorizzatore?”.

Durante il dibattito sul rapporto tra costi e benefici della termovalorizzazione dei rifiuti urbani, i due si sono trovati su posizioni dichiaratamente opposte, anzichenò avverse dato che si sono reciprocamente delegittimati più volte affermando che quanto l'altro sosteneva erano conclusioni false ed errate. La sensazione che entrambi fossero, oltreché uomini di scienza, portatori di istanze “politiche”, rappresentanti di “gruppi” d'interesse in competizione sui rifiuti in qualità di “affare economico”, e quindi di stare assistendo a una lotta per strappare il monopolio della risorsa al concorrente non è, ovviamente, sottacibile; non perché “questa è l'Italia” ma a causa del fatto che fenomeni del genere si verificano ovunque.

Le guerre interlobbiste non devono interessarci, né dobbiamo sempre essere obbligati a scegliere di parteggiare per uno dei due fronti in battaglia; però noi cittadini dobbiamo essere abbastanza in gamba e scaltri da prendere il meglio offerto dalla scienza e riuscire a scegliere e decidere indipendentemente. La vera essenza di una società democratica è la partecipazione a formare una decisione e non l'affidarsi a una persona che propone una di queste a scatola chiusa.

Scendiamo ora nei dettagli di quello che hanno detto i due scienziati. Il nanopatologo ha difeso con forza e coerenza il dato sulla malsanità della termovalorizzazione dei rifiuti; interrogato sul parere contrario di Umberto Veronesi al riguardo, ha risposto in modo lapidario e – a mio avviso – molto più duramente di quanto fece Beppe Grillo a Torino. Disse il nanopatologo che Umberto Veronesi è un oncologo non a conoscenza degli ultimi studi condotti, non ha letto gli ultimi articoli che parlano dell'incidenza delle nanoparticelle di risulta della termovalorizzazione; in sostanza Umberto Veronesi è un oncologo impreparato ad affrontare il cancro così come si presenta alle odierne condizioni.

L'ingegnere chimico ha ribattuto negando il collegamento tra la presenza di microparticelle prodotte dagli inceneritori e l'incidenza dei tumori, poiché gli impianti di termovalorizzazione attuali, compiono un filtraggio e una purificazione dei fumi di scarico che equiparano la quantità e la concentrazione delle nanopolveri bruciati dagli impianti, a qualunque altra combustione possibile: un inceneritore è come un caminetto, centomila forni per la pizza inquinano come un inceneritore.

La risposta dell'ingegnere chimico è stata una di quelle che “spezza le game”. Egli infatti con molta intelligenza, non arrischiò di entrare in campo medico, restò sul proprio versante dell'argomento, quello che conosceva meglio, e affermando che gli inceneritori d'oggi non espellono né quantità né concentrazioni di nanoparticelle abnormi, superiori a quanto è normalmente “tollerabile” dalla salute pubblica, ha scardinato completamente le tesi del nanopatologo.

Su questo punto mi sento di dar ragione all'ingegnere chimico, pur se l'insistenza di tanta letteratura medica che afferma l'esatto contrario non può essere accantonata su due piedi.

Il dibattito era arrivato in uno dei momenti di delegittimazione reciproca che avevo anticipato: una parte affermava una cosa, l'altra diceva che era un'affermazione falsa, e l'avversario replicava la stessa identica cosa nei riguardi dell'accusatore.

Accortosi di come tale dinamica non avrebbe portato da nessuna parte, il nanopatolgo cambiò argomento, iniziando a descrivere il cosiddetto “piano rifiuti zero” e dei suoi ottimi risultati in una città come San Francisco. A San Francisco non c'è il termovalorizzatore e i suoi cittadini si impegnano solo in minima parte nella differenziazione dei rifiuti; quasi tutto il processo di raccolta differenziata è praticata da un'apposita azienda che raccoglie i rifiuti, li differenzia e li rivende per il riciclaggio del materiale, acquisendo utili per milioni di dollari l'anno.

Secondo il nanopatologo il “piano rifiuti zero” è completamente alternativo alla termovalorizzazione – la rende del tutto innecessaria -, abbassa esponenzialmente il tasso d'inquinamento, annulla quasi del tutto l'incidenza del cancro da micropolveri, produce molta ricchezza e lavoro nelle città. Il nanopatologo concluse dicendo che il rapporto tra costi e benefici fra i due sistemi era nettamente a favore di quello che faceva a meno del termovalorizzatore perché, di per sé, l'inceneritore ha un bilancio negativo, sia economico che energetico (consuma più energia di quanto produce).

L'ingegnere chimico rispose dicendo che un inceneritore che fornisce energia a oltre centomila famiglie non può essere assolutamente giudicato “non conveniente”, è una chiara e inammissibile falsità. Qui il dibattito acquisì brio: il nanopatologo risposte che che il “combustibile” più ricercato dagli inceneritori è la plastica, e la resa energetica della plastica bruciata è pari a un centottantesimo del costo necessario per produrla.

Il chimico rispose: “la plastica però viene riciclata”, e qui cadde lo scolastico asino!


Mettiamo da parte i due scienziati e le loro rispettive e rispettabilissime ragioni; pensiamo con la sola nostra coscienza. Se la plastica è riciclabile, se la cellulosa e tutto ciò che è organico può avere mille usi anche dopo essere finito in pattumiera, fino a divenire il “compost”, che è un concime; se il vetro e l'alluminio delle lattine non possono essere bruciati per ovvi motivi, andando per esclusione, cosa resterebbe da bruciare?

Pensiamo pure al fatto che le nostre opulente società hanno un problema grave rappresentato dal contenere i costi sociali di produzione di materiali e beni di consumo, che i materiali derivati dagli idrocarburi crescono sempre più di prezzo, così come quelli non derivati perché l'energia resta sempre indispensabile per la loro lavorazione, la necessità di forzare sul riciclaggio dei materiali non è sempre maggiore?

Perché quindi bruciare ogni cosa che potrebbe essere riciclata? Se l'inceneritore produce ricchezza, questa ricchezza non viene prodotta distruggendo materiale che potrebbe essere sfruttato in mille altri modi producendo altra ricchezza? Inoltre, confrontando i profitti potenziali del riciclaggio con quelli della termovalorizzazione, appare chiaro come un inceneritore è una fonte di profitto ristretta nelle mani di pochi, mentre il riciclaggio potrebbe avere filiere sterminate...

Non si può, per buona pace di chi vuole mettere sempre d'accordo tutti, porre un termovalorizzatore in fondo a una filiera di smaltimento, destinato a bruciare solo quello che, giustamente, non può essere riutilizzato. Non si può fare questo perché un inceneritore è solo un grosso mostro imprenditoriale che sopravvive ed è conveniente solo se fagocita di tutto a danno di altre soluzioni più giuste e razionali.

giovedì 26 giugno 2008


I non integrabili


I rom insieme con i sinthi formano quel popolo tradizionalmente chiamato zingaro o tzigano. In Europa la loro regione storica d'appartenenza è la Romania; ma i rom non sono originari di questa regione e sono sempre stati un gruppo etnico separato dai rumeni.

La vera regione originaria dei rom è stata l'India, ed è manifesto nel loro incarnato, molto simile alle persone d'origine pakistana e indiana e molto diverso da quello degli europei dell'Est.

I caratteri della cultura indiana ancor oggi pesano in modo rilevante sui rom, infatti volendo descrivere – con tutte le solite precauzioni del caso – i tratti generali della cultura rom, loro compaiono ancora in stretta relazione al sistema sociale delle caste indù. Per essere più precisi, possiamo dire che cultura tradizionale dei rom è una rielaborazione della cultura indiana vista dal loro particolare punto di vista.

Gli antenati dei rom migrarono dall'India molti secoli fa non esclusivamente a causa dei consueti motivi che in passato obbligavano i popoli a spostarsi (carestie, guerre, sovrappopolazione), ma anche perché il sistema della caste indù pose le premesse alla loro espulsione.

La casta d'appartenenza dei rom era quella dei paria, gli intoccabili ultimi degli ultimi, coloro che – in base al sistema sociale indiano – erano costretti a occupare un posto determinato nella gerarchia sociale, fare determinati tipi di lavori, e praticare l'endogamia sociale senza possibilità di muoversi verticalmente all'interno della società stessa.

La cultura tradizionale dei rom risente ancora oggi di questi concetti; difatti loro si basano sul rifiuto e sulla rinuncia al mescolamento con altri popoli, tanto che a distanza di molti secoli, pur essendo cittadini rumeni sono separati dai rumeni veri e propri. L'adozione del nomadismo accentuò le caratteristiche d'estraneità a tutti gli altri corpi sociali che incontrarono e ancora oggi, pur se la maggioranza dei rom risiede stabilmente in un luogo, i caratteri stabiliti dalla fusione tra l'idea della casta e quella del nomadismo, sono ancora forti fra questa gente.

Nella loro lingua c'è una parola: “gagju” oppure “gourgio” che significa approssimativamente “uomo stanziale” e per loro vale come una specie d'insulto. Anche da residenti stabili in un luogo i rom non rinunciano a distinguersi, rifiutando per principio le attività tipiche dell'uomo stanziale. Vivono d'espedienti, d'elemosina, di furti e di altre attività condannate dalla società stanziale. Questo stile di vita rimarca la loro cultura tradizionale e richiama ancora una volta l'India. Volendo aggiungere una finezza da letterato, si può dire che lo stile di vita criminoso dei rom, discendenti dagli ultimi tra gli ultimi indù, è una specie di filosofia imperniata sul concetto del mayaparisatazzya: il “velo ingannevole” della realtà, un concetto-pilastro delle grandi civilità dell'Estremo Oriente.

Tutto questo non è che una poetica. Il punto è che i rom sono un popolo che non è integrabile nelle società occidentali così come in nessuna società stanziale per la loro stessa natura. La loro avversione al mondo degli stanziali è esistita da sempre, la loro problematicità attuale nella nostra società (leggi: il problema della sicurezza) è reale, e sebbene sia probabile che la cultura rom scomparirà in futuro, ovviamente nessuno è così ben disposto da attendere il completamento di questo fenomeno storico.

Mi trovo d'accordo con chi dice che i rom rappresentano un problema; loro sono sempre stati un problema e di difficilissima soluzione. I rom sono irriducibili ai termini di un'integrazione sociale completa, tuttavia sono assolutamente avversario di chi fa della lotta contro i rom una bandiera politica, e considera il problema unicamente un problema di criminali e non allarga la visuale.

Infatti dando un un po' di respiro al ragionamento, si scopre che la logica e la razionalità offrono delle soluzioni insperate, ma si faccia attenzione: non intendo affatto dire che si debba rivalutare lo stile di vita dei rom come un pezzo di cultura romantico e poetico, qui queste considerazioni non hanno posto.

Ieri sera (22 aprile) ho visto “Matrix”. Si parlava della Lega Nord e dei rom. Hanno raccontato di come la Lega ha conquistato un comune di centrosinistra vicino Milano sfruttando la xenofobia contro i rom. Accadde che due anni fa quel comune ospitò sotto il periodo natalizio, una trentina di famiglie in un accampamento appositamente approntato. I residenti si infiammarono e s'indignarono ribellandosi all'allora Giunta Comunale di centrosinistra e alla sua decisione, la quale aveva anche e soprattuto delle motivazioni etiche. I cittadini del comune presidiarono il campo (chissà cosa temevano) e infine qualcuno appiccò inaspettatamente il fuoco alle tende bruciando l'intero accampamento.

L'attuale sindaco leghista di quel comune, che a quel tempo fu “a cavallo della tigre”, intervistato da “Matrix” disse che quel fatto un “eccesso”.

No. Non fu un eccesso, fu un crimine esecrabile e un atto indegno per dei membri di una società stanziale.

Non so chi abbia avuto le responsabilità penali di questo crimine ignobile, ma le responsabilità politiche che hanno permesso alla soverchia d'aver luogo sono tutte della Lega Nord.

I leghisti non fanno il minimo sforzo di comprensione, non usano minimamente la ragione per governare e amministrare; la ragione la usano solo quando gli fa comodo: è una scelta incredibilmente efficiente e razionale dichiarare la guerra senza quartiere ai rom, respingerli evitando qualsiasi tipo di soluzione alternativa.

Così facendo ci si dimentica che prima ancora dei diritti umani esiste un'identità e una dignità umana. I rom sono quello che sono, irriducibili e non integrabili nella nostra società, ma restano comunque delle persone.

Tra persone con delle differenze abissali tra loro, il dialogo, il compromesso, l'accordo, sono sempre impossibili?

Credo che sia vero l'esatto contrario.

Sto forse scrivendo che è possibile per le amministrazioni comunali e le forze dell'ordine riuscire a stabilire delle relazioni “politiche” con i rom e trovare un modo, un compromesso, un patto, qualunque cosa che riesca a limitare il contrasto aspro e frontale tra loro e i cittadini, che con un po' di “buon senso” si può riuscire a mitigare i problemi che rappresentano? Ovviamente sì.

È una proposta di basso profilo e “indegna”?

Credo che sia una proposta giusta (se non vogliamo essere xenofobi) e realistica; è specialmente realistica, perché i politici quando parlano di sicurezza lo fanno in termini assoluti – vogliono dimostrarci come saranno capaci d'estirpare tutto il male presente nel mondo (cosa impossibile). Io invece guardo di più al mondo reale.

Senz'altro un leghista mi potrà rispondere: “Eh, guarda, con loro questo sistema non funziona”. È sicuramente una bugia, non credo affatto che loro abbiano mai tentato di concretamente di gestire i rom come delle persone dotate di razionalità e buon senso, perché per farlo dovrebbero rovesciare completamente il progetto politico che hanno finora perseguito. Loro lo sanno, ma sanno ancora meglio che questo progetto gli ha portato fin troppi voti.

mercoledì 25 giugno 2008

Sicurezza a zero saggezza





Il più grande studioso sulle ricadute sociali del sistema giuridico penale è stato Michel Foucault, un gigante della storiografia e della filosofia occidentale che spiegò come gli Stati, quando emanano delle leggi penali e stabiliscono le pene commisurate, sono interessati unicamente al soggetto che compie il reato (il criminale) e non al reato commesso (il crimine). Foucault dimostrò come l'atto di punire il criminale invece del crimine si affermò in antitesi totale agli stessi principi dai quali il sistema penale moderno ha tratto le origini; in altri termini i filosofi e i giuristi discussero di idee e stabilirono dei principi successivamente accettati e apprezzati in larga parte, tuttavia i politici ribaltarono completamente le teorie, senza dare neppure una spiegazione esplicita sul perché l'avevano fatto.

Grazie a un così autorevole studioso, la mia personalissima idea: “per risolvere i problemi del Paese si deve ripartire rovesciando del tutto ogni questione”, conquista sempre più forza. Ne ho avuto conferma una sera (22 aprile 2008) assistendo a una puntata di “Porta a Porta”. Era presente Antonio Di Pietro e disse molte orride bestialità in terribile sintonia con il pensiero di Gasparri e di Castelli; una delle peggiori proposte che ho sentito da parte del leader IdV, è stata quella di abrogare il diritto al patrocinio gratuito per i reati di sangue e per quelli sessuali – Gasparri rispose “non mi sconvolge”, ma poi si ricordò del fatto che abbiamo una Costituzione da paese avanzato, quantunque Di Pietro gli disse che per lui si poteva cambiare la Costituzione e Gasparri annuì.

Una delle poche cose accettabili di Di Pietro in quella puntata fu la spiegazione del meccanismo giuridico per il quale un rapinatore di banche arrestato in flagranza di reato, è stato rimesso in libertà il giorno dopo dal giudice portando al fatto che questo rapinatore si ripresentò il giorno dopo a rapinare la stessa banca. La spiegazione Di di Pietro fu un po' pasticciata, come solito suo, e “casualmente” Vespa lo interruppe più volte, aggiungendo confusione alla confusione, proprio quando Di Pietro stava spiegando correttamente le cose.

Riassumendo per punti la vicenda di questo rapinatore...

1. Tenta una rapina in una banca nel centro di Catania

2. Viene arrestato e condotto in carcere

3. Il giudice applica la legge e lo scarcera perché la legge dice che la custodia cautelare in attesa di giudizio – per il suo caso – non sarebbe stata legittima; solo se il rapinatore avesse avuto a suo carico una condanna definitiva e quindi se ci si trovava di fronte a elementi che ponevano la reiterazione del reato

In base alle leggi italiane, la reiterazione di reato è una condizione che si ottiene solo quando c'è un pezzo di carta bollata che afferma che il soggetto è stato condannato in via definitiva per aver commesso un crimine. Qualsiasi criminale abituale, fin quando non viene giudicato colpevole in ultimo grado di giudizio da un tribunale, può compiere quanti reati vuole senza essere incarcerato, basta che non dia sospetto di fuga, di inquinamento delle prove o che sia socialmente pericoloso.

Il giudice, che è solo un funzionario, non ha colpe perché deve applicare la legge “uguale per tutti” e inoltre, anche potendo, non credo che i giudici possano conoscere tutti i dettagli e tutte le circostanze in cui avviene un crimine – se una persona non può far perdere le sue tracce, non può inquinare le prove e non dimostra d'essere pericoloso, ogni mezzo del giudice diventa inutile.

Questo fatto dimostra quanto sia valido il giudizio di Foucault; la legge in vigore prende in considerazione solo il criminale e non il crimine che ha commesso. Se si potesse giudicare il crimine, allora il giudice avrebbe preso atto di un elemento importante: il rapinatore ha attentato a una rapina in banca nel centro della città di Catania. Vale a dire che tra tutti i possibili obiettivi il soggetto aveva scelto una banca posizionata in un luogo dove le possibilità di fuga erano più basse che altrove, perché in un centro città c'è più densità di popolazione e maggiore vigilanza delle forze dell'ordine.

Il giudice avrebbe potuto constatare che c'erano altissime probabilità di reiterazione del reato perché il rapinatore aveva scelto, tra le tante, la banca “più difficile” e quindi le motivazioni del rapinatore, le sue “ragioni” per tentare un nuovo colpo non sarebbero venute meno con il primo arresto.

Questa critica espone molto bene come l'attuale dibattito sulla sicurezza e tutte le disposizioni che il governo vorrà prendere in merito saranno inutili, perché, senza obbligo di citazione, tutte le proposte continuano a vertere sui criminali e non sul crimine. Per me che il criminale sia oggi identificato solo ed esclusivamente con l'immigrato è praticamente un dettaglio, perché mi piacerebbe dire e pretendere dai nostri politici: “se stiamo parlando di sicurezza contro i criminali, allora il governo deve sì garantire la sicurezza dai criminali immigrati, ma anche lo spacciatore camorrista è un criminale, anche l'usuraio è un criminale, anche l'estortore di pizzo mafioso è un criminale, anche l'imprenditore che non rispetta la Legge 626 è un criminale; tutti questi criminali mettono a rischio la sicurezza delle nostre città, dei nostri luoghi di lavoro, delle nostre vite e della nostra dignità”.

Ovviamente ci sono sotto milioni di voti che sono stati presi attraverso meccanismi di manipolazione della verità, ed è dannatamente difficile mostrare come una gestione esclusivamente repressiva dei criminali non risolve il problema.

Nessuno può negare, però, che la criminalità sia un fatto sociale, sono stati raccolti milioni di voti grazie all'argomento. Ora io non pretendo affatto che un qualche partito politico italiano prenda in considerazione le cause sociali della criminalità in Italia; non lo farebbero perché non possono, perché scoprirebbero tutto il verminaio delle loro responsabilità e per loro sarebbe un tracollo di rispettabilità. Posso però chiedere che si inizi a gestire il problema della sicurezza in Italia a partire dal crimine invece che dal criminale.

Dobbiamo chiederlo e pretenderlo, perché al cittadino aggredito, alla donna violentata, alla casa svaligiata, all'esercizio incendiato, interessa che non sia aggredito, che non sia violentata, che non sia svaligiata, che non sia incendiato. Cosa è meglio: che il crimine sia prevenuto o che un criminale sia punito?

La sicurezza deve essere una percezione eterica (cioè televisiva) oppure una condizione di vita concreta?

Quando accadono dei reati particolarmente violenti come un omicidio o uno stupro, noi cittadini non sappiamo nient'altro se non ciò che ci turba e c'indigna. Sindaci e ministri arrivano in televisione ad accusare amministratori dell'opposto schieramento e a pretendere maggiori mezzi contro i criminali. Ma i sindaci dovrebbero essere ben gli ultimi a darci dentro d'ordalia, perché loro in quanto amministratori di città hanno tutti i mezzi a disposizione per evitare il crimine.

Un crimine non viene commesso solo perché ci sono liberi in circolazione degli esseri abietti, con nessuna considerazione per la vita e per la proprietà; il crimine avviene quando gli intenti criminali trovano le condizioni idonee per realizzarsi. Gli immigrati non producono degrado; come tutti gli esseri umani si adattano a quello che trovano per sopravvivere.

Centomila poliziotti in più sono una spesa sostenibile, e sono persino d'accordo con un potenziamento della vigilanza, ma certamente non credo che sarà questa a far cessare il problema della sicurezza in Italia. Se invece si chiedesse ai sindaci e agli amministratori di cambiare le loro idee riguardo a come cono state disegnate le città e i territori che amministrano?

Sicuramente ci prenderanno per matti, perché stiamo ribaltando le loro prospettive per avere un mondo che è più al servizio “nostro” (dei cittadini) che al “loro” (del potere). Ma oltre a un cambiamento delle leggi, l'unica vera soluzione è cambiare del tutto gli ambienti che permettono al crimine di essere praticato.

lunedì 23 giugno 2008

Ricominciare a centosedici anni 12 & 13




I territori

Rifondazione non dovrebbe però ridursi a essere un partito di tecnici, amministratori e intellettuali. La degenerazione istituzionalista della politica avviene quando gli eletti chiudono le porte delle istituzioni al mondo, si fanno introvabili e iniziano a lavorare perché l'unica verità che conti sia quelli dei pochi gruppi di potere dotati di interessi del tutto diversi da quelli dei cittadini e non tollerano minimamente il confronto con loro.

Rifondazione Comunista dovrebbe riorganizzarsi a partire dal suo modello di lavoro, ridisegnando la sue priorità con il fine di aprire le istituzioni alla realtà e di produrre nuova verità, nuovo sapere, nuove soluzioni democratiche, progressiste, socialmente eque.

È vero che i collettivi e le associazioni hanno aperto più volte le istituzioni al mondo, ma forse non è questa la stagione per ritentare. Quindi si dovrebbe ripartire dai territori, da quelli singoli, minimi e microscopici, e fare inchiesta sociale, stringere rapporti trasparenti e chiari con ogni singolo cittadino, capire le sue necessità, produrre soluzioni, lavorare perché la verità del contropotere venga compresa, capita e valutata positivamente. Poi, si spera, i progetti politici andranno attuati “a partire dai cittadini, per il bene comune dei cittadini e nessun altro”. Essere comunisti significa essere umili e anche rispettosi, non si può essere dei comunisti che s'impegnano in politica pretendendo di essere più di quello che i cittadini si aspettano. I dirigenti politici devono essere trasparenti, gli intellettuali preparati, i militanti attenti; così le cose cambieranno.


Ricominciare a centosedici anni 13


Senza paura

Per concludere posso dire che i compagni di Rifondazione hanno l'opportunità di concedersi un gran lusso: possono non temere di sbagliare.

Il tre per cento è molto oltre la soglia del rischio, per loro si tratta di darsi una scossa davvero forte oppure di scomparire del tutto e ognun per sé.

Chissà cosa accadrà a fine luglio, chissà cosa accadrà a settembre. È molto difficile prevederlo per chi ancora è indeciso sul partecipare o meno al congresso.


Finito di scrivere il 20 aprile 2008


mercoledì 18 giugno 2008

Ricominciare a centosedici anni 11



Le cinghie di trasmissione

Rifondazione Comunista è un partito molto affezionato all'idea delle cinghie di trasmissione, a quella pratica di creare intorno al corpo principale del partito una costellazione di istanze e istituzioni di diversa natura (sociale, culturale, economica...), oppure di creare relazioni stabili e organiche con soggetti già esistenti.

Questa teoria ha avuto come esito ultimo la fondazione del partito-sistema complesso, un microcosmo che nel suo esito qualitativamente migliore fu definito da Pasolini “il paese nel paese”.

Fino all'epoca Berlinguer questo concetto è stato certamente uno dei pezzi più importanti nella storia dei comunisti d'Italia, oggi però ciò che resta di esso, specialmente come idea di partito, come progetto politico e come struttura di radicamento, appare oggettivamente superata. Anche in questo caso dire che il partito-microcosmo, che non riduce la politica a gestione, porta con sé un giudizio negativo. Questo perché i comunisti devono raggiungere la consapevolezza che non sono loro a fare le regole del gioco e che, per di più, chi ora detta queste leggi, le fa contro di loro.

Il concetto di Paese nel Paese è stato profondamente degradato nella produzione di verità di questi anni, sebbene la realtà sia profondamente diversa, sebbene le invettive contro le caste e quelle contro gli incroci pericolosi tra più interessi non possano essere estesi automaticamente a tutti e tutto, i comunisti dovrebbero avere il coraggio di saltare il fosso, prendere atto che certi principi di costruzione politica sono divenuti perlomeno controversi, almeno nell'immaginario collettivo, e sfidare il potere sul piano dell'innovazione, creando un contropotere.

In quest'ultimo passaggio torna di nuovo in gioco la coppia della rappresentanza e dell'azione politica, del processo d'inversione dei loro momenti che sembra essere richiesto dai cittadini. Perciò torna in ballo anche la questione della democrazia fondante: se i cittadini non vogliono più saperne di aderire anche solo fideisticamente a un progetto politico ampio, se per quanto suggestiva e piacevole potrebbe essere l'idea d'essere parte di un microcosmo socialmente coeso (dove la solidarietà è effettiva e c'è anche ricchezza umana che riempie la vita di ognuno) questa resta pur sempre un'idea considerata controversa nell'immaginario del Paese, non degna di fiducia e le elezioni lo dimostrano, il dubbio e l'incertezza diventano oggettive.

Il miglior progetto della storia dei comunisti d'Italia si è rivelato incapace di produrre contropotere? Purtroppo io credo di sì, e se le pratiche finora adottate non sono state adeguate bisogna ricorrere ad altro.

Sembra che il cittadino voglia un partito politico che svolga un “servizio” nella società; non chiede altro che i partiti risolvano i suoi problemi quindi, sto forse scrivendo che Rifondazione dovrebbe darsi una svolta tecnicista e puramente istituzionale? La risposta completa la darò nel prossimo paragrafo, qui mi preme ribadire soltanto che dei cambiamenti radicali si deve prendere atto e che non bisogna aver paura di sfidare il potere sul suo stesso piano, che è quello del mutamento continuo.

Del resto per Rifondazione Comunista questo è anche un argomento concernente anche i suoi mezzi, le sue risorse, gli uomini e il tempo; elementi sui quali dovrebbe ragionare almeno reimpostando gerarchie e priorità.

Quando in un partito il momento più importante della vita di un circolo è la sua festa, quando la preoccupazione maggiore dei dirigenti è la nascita di una ONLUS, quando si ottiene un punto percentuale in più alle elezioni puntando a interessi incrociati con altre istanze, la politica tende a scadere di qualità, e l'Italia ha bisogno di una vera politica, che sia anche buona.

giovedì 12 giugno 2008

Ricominciare a centosedici anni 10




La proposta politica

Hanno detto che Rifondazione Comunista è stato il partito del “no”. Era vero. In più è stato a volte il partito del “no e basta”, perché di meglio non aveva da fare.

Rifondazione, adottando il contropotere, dovrà produrre nuova verità e un nuovo sapere che dovrà concretizzarsi in una proposta politica di qualità.

Sembra quasi un concetto di marketing piuttosto che un principio, ma bisogna andare oltre le facili apparenze. I cittadini sono frastornati da un processo di produzione della verità che zigozaga fra luci e ombre; i cittadini sono chiamati a scegliere sotto una cappa di disillusione e d'incapacità nel distinguere chiaramente una proposta politica dall'altra perché tutte quante sono attentamente artefatte per nascondere i veri elementi dirimenti, a favore di aspetti falsanti e mistificatori.

Come si può pretendere di essere comunisti, antagonisti al potere, produttori di progresso e di liberazione dell'uomo e della donna, se non si parte dal basso creando proposte politiche chiare, razionali, giudicabili dalla prima all'ultima parola? Si devono offrire soluzioni concrete e attuabili, non speranze; si deve permettere ai cittadini di valutare fattivamente le prospettive reali e non far loro coltivare delle illusioni. Si deve far sapere loro i come, i quando, i modi precisi attraverso processi di produzione di verità non aleatori.

Per esempio, negli ultimi dieci anni la gestione del problema della sicurezza è stata affrontata soltanto con i mezzi dell'amministrazione penale e della repressione, ma mai ho avuto modo di ascoltare un'analisi sulle cause sociali dell'insicurezza che fosse ferrata e produttrice di una vera soluzione, non si è neppure visto un partito che affrontasse la questione con gli strumenti della sociologia criminale. Tanto per dire, certi crimini avvengono in certe città e non in altre, in certi quartieri e non altrove, in certi luoghi che presentano determinate caratteristiche e non dove le caratteristiche sono diverse.

Se vi fosse un minimo di volontà per usare ragione e democrazia, invece di seguire il sistema del potere, forse tutto sarebbe ben più semplice e meno traumatico per i cittadini.

È del tutto ovvio e scontato che per migliorare una proposta politica, tutti gli iscritti a un partito, dal militante al dirigente devono aumentare le loro competenze avendo anche il coraggio di entrare in campi mai conosciuti prima per cercare soluzioni d'avanguardia ai quesiti sociali. Ma è altrettanto ovvio e scontato che non basta avere uffici politici zeppi di premi nobel, c'è bisogno di un altro sforzo d'innovazione.

mercoledì 11 giugno 2008

Ricominciare a centosedici anni 09




Potere e Contropotere

Rifondazione deve decidere in modo chiaro da che parte stare, e deve essere capace di comunicarlo ai cittadini nel modo più chiaro e semplice possibile, deve riuscire a ottenere una posizione limpida e incontrovertibile.

Non mi riferisco unicamente ai disastrosi errori di valutazione e relazione con il centro(sinistra) moderato, mi riferisco in primo luogo alla concezione del potere che Rifondazione dovrebbe avere, al rapporto che intenderà avere con esso, e di come tutto questo arriverà sotto gli occhi dei cittadini.

Credo che in questo passaggio vi sia molta più prassi che teoria.

Il potere lo conosciamo bene: è quello che crea le guerre e la povertà, la precarietà, i disastri ambientali, l'impunità dei crimini, un sistema d'informazione falsato che scinde la realtà dalla verità.

Il rapporto tra realtà e verità per me è centrale. La verità è un prodotto, come un paio di scarpe o un'automobile. Raramente ciò che è reale è anche vero. Difatti tutto quello a cui ho rinunciato in quanto scritto finora, è stato rinunciato per questioni epistemologiche; non ho rinunciato a una lettura dell'Italia con gli strumenti sociologici classici perché “falsa e sbagliata”, anzi io credo che questi strumenti delineerebbero un quadro che coglierà la realtà nella sua più esatta essenza; vi ho rinunciato perché – in questo momento – non la ritengo utile, perché la verità che è stata prodotta dal potere negli ultimi anni è molto lontana dalla realtà effettiva.

Ho scelto di usare il termine contropotere (un termine pesante e forse travisabile), per indicare la necessità che c'è di produrre nuova verità, nuovo sapere, per dire ai cittadini, nel modo più preciso e chiaro possibile che: “il potere è tutto ciò che ci danneggia in questo momento, è ciò che genera il disagio, la sofferenza, la povertà e l'insicurezza; siamo qui per opporci a questo potere, per fare le cose di cui il Paese ha bisogno, meglio e diversamente”.

Credo che uno dei connotati che il contropotere deve assume sia quello della ragione. Basta citare le idee intorno alle grandi opere pubbliche per capire quanta “irrazionalità” vi sia nelle scelte del governo, quante risorse spese in progetti faraonici tesi a innalzare null'altro se non le statistiche del PIL e a rinverdire gli incroci pericolosi tra finanza, imprenditoria e politica.

Pur se potrebbe essere solo una situazione contingente, la ragione deve tornare a essere la più forte tra tutte le istanze proprio nelle contingenze più estreme; è del tutto irrazionale che in questo periodo storico non si voglia dare un cambio di marcia al sistema produttivo, mettendo la parola fine al modello di lavoro precario e dei bassi consumi interni, sostituendolo con uno di maggiore qualità, specializzazione e retribuzioni. È altrettanto irrazionale fissare come priorità il sostegno alla domanda interna e poi indirizzare le maggiori risorse alle grandi spese che “dovrebbero” di “rimbalzo” accrescere gli stipendi dei cittadini. Nella situazione in cui verte il Paese, l'idea del do ut des è del tutto sbilenca.

Quindi il contropotere non solo dovrà avere il volto della razionalità, del “paese normale” tante volte sognato dai moderati; questi moderati non realizzeranno mai il loro sogno, o perché non gli è conveniente, o perché sono incapaci di legare la ragione alla democrazia.

Governare dal basso, a partire dai cittadini ed esclusivamente per i cittadini e per il loro bene comune”; questo dovrebbe essere lo slogan per Rifondazione, da adottare per sopravvivere e anche per restare Comunista.

Non si devono fare, però, due errori. Il primo è quello di prendere questa idea e reinserirla nel vecchio sistema di rappresentanza prima, e di azione politica poi; non si devono incitare i cittadini a sfidare tutti insieme il mostro centicipite della Legge Trenta, ma si parta in primo luogo da ciò che vogliono i cittadini stessi, altrimenti voteranno nuovamente degli altri.

Il secondo errore che si può fare è quello di evitare d'essere antagonisti e alternativi al potere. Se qualcuno vuole esser comunista, dovrebbe rivendicare il suo primato morale e ideale su tutti, allorché non si potrà mai evitare di dire che: “no, questo modo di governare non mi piace, vogliamo cambiarlo”.

martedì 10 giugno 2008

Ricominciare a centosedici anni 08


L'azione politico-istituzionale

Il ribaltamento del rapporto tra la rappresentanza e l'azione politica non è un'idea che è semplicemente saltata nella mia testa così, andando per esclusione; è questa una dinamica abbastanza evidente dell'ultimo voto, un segno d'espressione della volontà popolare.

I partiti che vantavano, o che millantavano, un preteso “radicamento” sociale, sono risultati tra i perdenti; oltre l'Arcobaleno, anche la Destra è fallita, e anche il PD non ha vinto; il Popolo delle Libertà – fusione tra i partiti di Fini e Berlusconi – non è certamente quel tipo di partito che intende il “radicamento” così come s'intende su altre sponde.

La Lega Nord ha vinto indubbiamente, molti credono che essa abbia vinto solo per merito del suo radicamento, ma io non penso che sia solo questo. Credo che la Lega si sia radicata e sviluppi relazioni di rappresentanza a posteriori di una pratica politica che privilegia l'azione – per intenderci ancora meglio: la Lega Nord prende i voti perché li chiede per i risolvere i problemi più cogenti del Nord con modi spicci, gli stessi modi spicci in cui si esprimono i suoi dirigenti.

La Lega è stata premiata per molti fattori, e io credo che dietro i successi specifici di questa formazione politica, giaccia più in profondità il desiderio dei cittadini italiani di poter scegliere dei partiti “più concreti” invece che delle coalizioni vaghe, o contenitori puramente simbolizzati. Questo secondo me è un dato di fatto, una forma d'epressione della volontà popolare; non è possibile essere comunisti nel XXI secolo a prescindere dalle espressioni democratiche dei cittadini, né queste possono essere considerate espressioni plagiate e manipolate quando ci dànno contro, né si può pensare di andare a manipolare le forme di espressione popolare da comunisti. La democrazia è un dato fondante.

Tuttavia io non sto affatto scrivendo che Rifondazione dovrebbe copiare o inseguire le strategie politiche di un partito così distante. Non può però far finta di nulla e rifiutarsi di analizzare.

Comunemente si dice a sinistra che la Lega Nord faccia un larghissimo uso della propaganda populista per guadagnare consenso; battendo e ribattendo continuamente su temi di grande impatto emotivo, facendo leva su interessi immediati e particolaristici riesce a persuadere il ventre molle della società ai suoi fini.

Tuttavia mi rimane abbastanza difficile considerare il progetto Leghista del federalismo fiscale come un semplice slogan populista. Io credo che un dirigente e uno studioso di politica debba avere, riguardo al populismo, una visione meno ideologica e più analitica.

La pratica politica del populismo ha perlomeno due forme, quella del proclama politico e quella dell'attuazione pratica. Sotto la forma di proclama, essa è una proposta politica; indipendentemente dalle forme comunicative con cui viene veicolata, essa ha la stessa legittimità di tutte le altre proposte politiche e si differenzia in base ai modi in cui si vorrà attuare la proposta.

Quando una proposta politica populista viene a essere attuata, denota principalmente la sua indipendenza a qualsiasi progetto politico organico, coerente e dotato di prospettiva. La soluzione politica populista, di per sé, tende unicamente a soddisfare un bisogno concreto (o meno) di chi s'avvantaggerà di essa, e si presenta nella maggioranza dei casi come disposizioni “una tantum”, soluzioni d'emergenza, soluzioni eccezionali.

Va da sé che questo modo di far politica è come minimo privo di prospettiva e va altrettanto bene da sé che non è certo un modello strategico da seguire a sinistra. Ma considerando il populismo come una soluzione eccezionale, possiamo capire una cosa cosa molto importante: che la “soluzione eccezionale” è uno strumento politico ambivalente e che, in base a chi l'invoca, assume una forma più determinata e densa. Quando una soluzione eccezionale è invocata a destra, diventa populismo e si conforma spesso come una leva per accrescere il consenso, per gratificare porzioni di società, per dare ossigeno che smorzi le tensioni sociali; in una parola diviene un comodo strumento di controllo.

La soluzione eccezionale pratica a sinistra è una cosa completamente diversa, si chiama “vertenza”. Le vertenze sono momenti di lotta e di coinvolgimento popolare che non sono funzionali al controllo sociale, ma alla costruzione di progetti che salgano i gradini uno alla volta; concetti importanti e pesanti della storia della sinistra italiana, come la “vigilanza proletaria” o “l'assemblea permanente” non sarebbero mai esistiti senza le vertenze.

Con occhio critico e distaccato si può anche arrivare a dire che sul lungo periodo alcune vertenze vinte hanno poi prodotto gli stessi effetti deleteri del populismo, ma una vittoria a sinistra della sinistra, una vittoria partecipata, una vittoria utile e immediata è proprio quello che tutti i cittadini chiedono.

Purtroppo le mie preoccupazioni non si chiudono qui, al momento credo di aver individuato solo gli aspetti fondamentali del sistema in cui Rifondazione andrà a muoversi e ho indicato alcuni elementi con i quali, sarebbe interessante che si muovesse (salvo un nuovo mutamento delle condizioni d'agibilità politica). Questi elementi vanno messi a sistema e svolti dinamicamente.

sabato 7 giugno 2008

Ricominciare a centosedici anni 07


Le circostanze

Sarebbe eccessivo e improponibile presentare questo ragionamento come una tesi radicale e definitiva. Le soluzioni scientifiche non esistono in politica, e nessuno potrà mai formulare una proposta universalmente valida.

Tuttavia riconosco che quanto vado a sostenere è abbastanza fuori dal coro; prendo in considerazione elementi e faccio valutazioni che molti dirigenti della sinistra non fanno. Senza presumere credo quindi d'avere in mano una possibile chiave di volta del problema, che potrebbe fornire nuovi strumenti arricchendo il dibattito per chi vorrà rimettere in piedi la sinistra italiana. La mia idea è logicamente formulata in opposizione e in reazione al sistema di potere politico italiano (riprenderò più approfonditamente questo concetto più avanti); la forma che questa mia idea prende, però, non è assoggettata al potere, ma è in suo contrasto.

Senza dubbio è stato il sistema di potere italiano a causare la situazione di tracollo della sinistra; per essere precisi gli elementi decisivi sono stati, a mio avviso, tre.

  1. Gli errori della sinistra. È un argomento di lunga trattazione, qui non c'è spazio e tempo per affrontarlo e sono costretto a ridurlo a un motto: “L'errore complessivo della sinistra italiana è stato generato sia dalla mancata comprensione della natura del governo Prodi, sia da una insufficiente reazione alla strategia sottostante la nascita del Partito Democratico” - A mio avviso questi errori sono stati più profondi e temporalmente più lunghi del periodo compreso nella sola campagna elettorale, forse riguardano l'intero ultimo biennio, forse provengono addirittura da molto prima.

  2. Le legge elettorale. È indiscutibile: ciò che disegna e costruisce i parlamenti sono le leggi elettorali. In verità, l'incidenza effettiva della legge è stata molto relativa, ma fin quando sarà in vigore l'attuale “porcellum”, non si può prescindere dall'elemento.

  3. Il sistema dei partiti. Hanno raccolto il maggior numero di voti due partiti del tutto nuovi, ci sono stati schemi di alleanza nuovi, così tra le liste come internamente al sistema di rappresentanza dei pariti stessi.

Partendo dal terzo e ultimo punto, e ripercorrendo, anche a memoria, gli ultimi quindici anni di storia elettorale, si constata come il sistema di potere italiano non ha una struttura stabile, tutt'altro: il potere in Italia ha una forma liquida, mercuriale, cambia di continuo. Se vogliamo, possiamo anche dire che i più forti centri di potere in Italia per garantirsi la propria riproduzione, impongono continuamente la spinta al cambiamento, la guidano, la gestiscono.

Quanto espresso in questo scritto fa riferimento al “qui e ora”, e va in suo contrasto, ma resto conscio del fatto che il sistema di potere può cambiare ancora; una nuova legge elettorale, un nuovo partito, possono cambiare nuovamente il quadro. Il punto è che, purtroppo, non è la sinistra italiana quella che ora tira i fili di questi processi, e Rifondazione dovrebbe lavorare per diventarlo.

giovedì 5 giugno 2008

Ricominciare a centosedici anni 06


La Rappresentanza

L'analisi proposta non va rigettata giacché si disfà di una visione di classe; qui non si vuole gettare il bambino con l'acqua sporca, ma nel caso che fosse, meglio questo che lasciare affogare il bambino.

Uno dei problemi da capire è quello della rappresentanza. È chiaro il fatto che finora i partiti politici dicevano di “andare a rappresentare i loro elettori nel sistema della democrazia parlamentare per assolvere alle loro richieste”. Il punto che la rappresentanza venga posta prima dell'azione politica istituzionale è una struttura della politica, e spesso l'azione stessa si risolve nella pura rappresentatività, pregiudicando l'azione stessa.

In questo momento storico l'elettorato ha un'opinione assolutamente degradata della rappresentanza che un partito politico può offrire; i cittadini vogliono ribaltato il rapporto rappresentanza/azione politica.

Il cittadino che è in stato di disagio non vuole che la sua sofferenza sia messa su uno dei tanti piatti della bilancia, rappresentata, fatta pesare nel gioco della politica parlamentare, allorquando la risposta ai suoi problemi viene dilazionata dal gioco stesso.

martedì 3 giugno 2008

Ricominciare a centosedici anni 05


L'analisi

Di solito qualunque tesi politica deve contenere un'analisi sociologica della situazione nazionale, per capire una società bisogna riuscire a inquadrarla. Io però credo che affrontare l'analisi sociologica dell'Italia ci restituirà lo spaccato di un paese frantumato, disconnesso, disordinato, eccetera, e non servirà a molto.

Con questo non voglio dire che uno studio per classi, ceti e gruppi sociali non restituisca un risultato veritiero, ma che semplicemente non è utile, specialmente per Rifondazione Comunista, perché non è utile alla politica italiana in genere.

Il modo di leggere e considerare il paese, tipico della sinistra italiana dovrebbe cambiare di paradigma, dovrà essere: “l'Italia è un paese dove esiste disagio, sofferenza e molte problematiche che riguardano direttamente i cittadini”, in primo luogo; “come partito politico quale risposte vanno offerte al disagio?”, in secondo luogo e, “le proposte del partito saranno valutate positivamente dalla cittadinanza?”, infine.

Uno dei maggiori successi delle ultime elezioni è stato riportato a casa dalla Lega Nord, ma anche al Sud – perlomeno sotto il profilo puramente politico – non va sottovalutato il risultato siciliano di Raffaele Lombardo; alla luce di questi risultati un giornalista abbastanza in gamba ha commentato scherzosamente che se il Presidente della Sardegna Soru avesse creato un partito sardo secessionista, avrebbe preso una valanga di voti.

L'opzione e la proposta politica centrifuga e frantumatrice, la quale può essere percepita come “non bastano i problemi atavici, ma tra poco arriverà anche una durissima crisi mondiale... Quindi ognun per sé”, è stata una risposta alla sofferenza della cittadinanza italiana, ed è stata valutata positivamente. Senza dubbio è, tra le tante, la soluzione più semplice e diretta, pur se la più brutale e quella che probabilmente creerà nuovi squilibri; tuttavia questa proposta politica ha avuto il merito innegabile di incunearsi nel caos superstratificato della società italiana, tagliarlo come una lama affilata e arrivare direttamente nel punto in cui l'elettorato si è dimostrato sensibile.


domenica 1 giugno 2008

Ricominciare a centosedici anni 04

I vestimenti


La peggiore delle lezioni di questi ultimi anni è stata quella che spiegava come disfarsi della propria storia. A parte quanto sia deleterio e disorientante farlo, disfarsi della storia è un'operazione difficile e dolorosa.

Io non voglio affatto disfarmi di niente della storia del comunismo e del socialismo italiano, ma i suoi vestimenti in questo momento li sento in qualche modo pesanti e scomodi.

Perché questo? Perché la bandiera rossa, la falce e martello, i padri storici, dovrebbero essere definiti con più precisione come dei simboli.

Purtroppo, un simbolo è “una cosa che comunica”, è una cosa da cui si sprigiona una forza, e credo che in questo momento i simboli del comunismo abbiano perso questa caratteristica per molte ragioni; perciò ho deciso di degradarli a vestimenti.

I vestimenti non sono solo simboli storici, considero tali anche diverse pratiche e molte teorie che, detto in un modo spiccio, non servono. Quindi, se non servono, Rifondazione dovrebbe metterli da parte temporaneamente; quando avrà capito come ridare energia a questi vestimenti, si potrà tornare a usarli come simboli. Qui nessuno vuole abbandonare la falce e martello.