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Ditesti

giovedì 21 febbraio 2008

Vogliono prenderci tutto. Vogliono davvero prenderci tutto.

E questa fu la mia seconda incazzatura giornaliera.

Dopo aver trascorso la graziosa mattinata facendomi prendere per i fondelli all'Università, ripresi l'auto e mi diressi verso casa, al paesello. L'ora ormai era un po' tarda, sebbene non avessi grandi impegni per il pomeriggio, mi sentivo così indolente da non voler neppure preparare il pranzo. Quindi, beato bamboccione, ricorsi alla mamma.

Le telefono e le propongo di sfamarmi, visto che è colpa sua se ho perso tutta la mattinata in cose inutili e poi tiro lungo per la strada fino a casa sua.

Già sapete (se altrimenti vi rinfresco la memoria) che io e la mamma abitiamo in due case diverse poste alla distanza di un chilometro circa. Distanza felice quando impresto il ferro da stiro a qualcuno, distanza infelice per tutto il resto (vedi per esempio l'ultima volta che Atremis venne da me).

Imbocco trionfalmente, come un figliuol prodigo, il viale attorniato dagli orti familiari - il sole batte sulla vetrata della serra (fatta con vecchi infissi di risulta, ma sì, funziona!). Posteggio davanti casa e urlo a squarciagola al piccolo demonio pidocchioso e abbaiante di star lontano con le sue unghie sporche dalla carrozzeria dell'auto e soprattutto dai miei pantaloni. Infine entro in casa.

Aria di famiglia: odor di sugo fresco, l'acqua per la pasta in ebollizione, e la tromba del TG a tutto spiano.

“Guarda un po', figlio, cosa è arrivato...” (nota: 'figlio' per mia madre equivale a 'testa di cazzo'), e mi porge una lettera raccomandata del Comune, aperta.

“Ah! Che è?”

“Una lettera del Comune? Sai leggere? Ci chiedono i soldi dell'I.C.I.”

Her...lui non l'ha pagata?”

“Ce ne chiedono altri”.

'Lui' è un essere mal definibile di tot-tanti chilogrammi che si trova (come sempre) disteso in una posizione da 'tonno pescato e gettato in coperta' sul divano. Dovreste vederlo ché spiegarlo a parole è difficile. Un centinaio di chilogrammi distesi sul fianco, le gambe incrociate con i piedi che spuntano mollemente oltre il bracciolo, la testa rivolta in direzione della TV perennemente accesa che si trova su un'ordinata più alta del suo punto d'osservazione. In pratica ha la testa ritorta di quasi 120° sulla spalla sinistra. Chi è? Mio padre. Ha qualche problema? Se sì è clinicamente non rilevabile. Perché l'ho citato solo ora e in questo modo? Perché così è perfettamente inserito nella mia 'aria di casa'.

Torniamo alla lettera.

La apro e trovo questa.

ici comune 1

Avete visto il dato cerchiato in rosso?

Esatto, non siete assolutamente in fallo, quella cerchiata in rosso è la superficie oggetto della richiesta di pagamento dell'I.C.I. recata da codesta lettera.

“Ma'...di che si tratta? Di quella striscia di terra che nel 2005 il Comune, a seguito della stesura del nuovo Piano Regolatore Generale, urbanizzò?” (non dissi proprio così a mia madre).

“Sì, quei venti metri per due a confine con **epiteto intrascrivibile** di **nome di una persona molto ricca e influente** che ha costruito e ha piazzato tutti quei lampioni, così tanti che la sera oscurano persino la luna” (giusto mamma, poi tu durante il plenilunio contro chi vai a ululare?).

“Quindi con questa lettera il Comune ci fa presente che quella striscia di terra dove ora crescono i carciofi, essendo 'edificabile' è soggetta all'I.C.I. e non all'imposta catastale calcolata sul Reddito Domenicale”.

“Io so leggere. Tu stai leggendo o lo devo fare io per te? Figlio!” (qui 'figlio' sta per 'idiota').

“Eh un attimo...”

Scorro le righe dense di 'amministrativese', una pagina, due, tre, quarta pagina: “E ma cazzo! Questi ci vengono a chiedere i soldi dell'I.C.I. del 2003, quando invece l'urbanizzazione è stata fatta nel 2005!”

Mamma annuisce e intanto cerca la mannaia.

“Aspetta Attila: senti prima per bene la 'motivazione del dispositivo': a seguito dell'esame fornito dall'Agenzia del Territorio – Ufficio Prov.le di omissis e dal Servizio di Urbanistica del Comune di omissis, nonché in relazione alla verifica della banca dati (dichiarazioni, versamenti, ecc..[sic!]) in possesso (sia in formato cartaceo che informatico [il 'sia...sia' è deceduto ovunque] del Servizio Politiche Tributarie dei Comune di omissis, così come previsto dall'art. 1 comma 161 Legge 296/06 ed in [sic!] conformità alla disposizione di cui al secondo comma dell'art. 36 della Legge 4 agosto 2006 n° 248, che stabilisce [personalmente avrei gradito più un giurisprudenziale 'stabilente'] 'che un'area è da considerarsi fabbricabile se utilizzabile a scopo edificatorio in base allo strumento urbanistico adottato dal comune, indipendentemente dall'approvazione della regione e dall'adozione di strumenti attuativi del medesimo', è stato accertato a Suo carico [ma il 'Voi' non ce lo meritiamo più?] omesso versamento dell'Imposta Comunale sugli immobili – ICI per l'anno 2003, quale possessore delle aree fabbricabili site nel territorio del Comune di omissis così come indicate nel prospetto riepilogativo della notifica allegata al presente provvedimento.

Per trenta secondi la mia mente viaggia: 'omesso versamento'. Sì, yeah, sono un evasore fiscale anch'io. Fico! Mi sento qualcuno. Seppure non mi pagano milioni di euro per guidare la mia motocicletta, ho qualcosa in comune col dottor Rossi (e a differenza sua qualche libro l'ho aperto per avere una laurea).

Dopodiché, continuo a leggere il documento fino alla presente tabella riepilogativa del mio 'omesso' pagamento.

Ici comune 2

Ridicolo. Ridicola la cifra, ridicolo che venga definito in via indiretta evasore: come faccio a evadere la tassa dell'anno 2003 se la 'voltura catastale' è stata attuata solo nel 2005?

Ovviamente c'è dell'altro, una cosa che mi fa girare le palle come una centrifuga per l'arricchimento dell'uranio (e dell'erario) e mi ha portato a vergare quanto segue riguardo a questo fatto della 'P.Ag's Life'.

Mentre perdevo tempo a smaltire la sbornia su un banco dell'Università, la mamma trascorse la mattinata andando a fare la spesa e apprese la notizia che questi avvisi di mancato pagamento dell'I.C.I. erano giunti, proprio in mattinata, a un numero rilevante di cittadini del paese, diciamo di tutto il Comune. Un dato non trascurabile è che molti di coloro che hanno ricevuto queste raccomandante, si trovano nelle mie stesse condizioni, sono cioè proprietari di terreni più o meno estesi i quali nell'anno 2005 erano stati oggetto di provvedimenti urbanistici da parte del Comune, che li hanno resi delle piccole, quasi infinitesime, porzioni di terreno 'edificabile'.

Questo già sembra un provvedimento, parte del più grande progetto chiamato PRG (e non una stupidaggine) a dir poco assurdo. A una persona che abita vicino ai miei, per esempio, è stato reso 'edificabile' un filare di vite, ignorando il fatto che quell'unico filare ha tutto intorno un intero vigneto.

A parte la battuta: “cos'è un modo che si è inventata l'Amministrazione per 'tassare' le piantagioni di cannabis domestiche per uso personale?”, non solo il concetto ispiratore di questa politica urbanistica continua a sfuggire, ma non capisco per quale dannato motivo, mi viene estesa retroattivamente il pagamento dell'I.C.I. al 2003, quando a me la comunicazione è giunta nell'anno 2005.

Anche se è pacifico che il nostro Stato non gode della minima fiducia da parte della cittadinanza, e che le sue omissioni, irregolarità, errori, eccetera, hanno raggiunto un livello da collasso immediato, non è questo (purtroppo) il caso in cui hanno commesso un errore sesquipedale – anche perché ci sarebbe da tagliarsi i coglioni se si invia una notifica esattoriale sbagliata a migliaia di residenti. Molti impiegati pubblici saranno raccomandati, sfaccendati, ignoranti e incapaci, ma l'arte dell'agire col culo parato ancora la mantengono come punto di eccellenza.

Bene, veniamo ai fatti.

No prima spendiamo due righe per il contesto, parlare in astratto non mi piace e non lo considero costruttivo (a meno che non si abbia come obiettivo la distruzione di qualcosa, vedi la storia sull'aborto).

Dunque, l'ambiente oggetto della discussione è un intero Comune sul quale sarebbe possibile scrivere centinaia di pagine con mappe, tabelle e foto allegate, così come potremo perderci in quantità di distinguo, sfumature e vie di mezzo che ci ridurranno impotenti a proseguire. Diciamo una cosa semplice ed evidente per chiunque passa dalle mie parti o ci abita da un po': non è certo questo un territorio a intenso sviluppo economico, specialmente per quello di tipo rutilante, fatto di dimensioni spropositate e progetti che puntano a toccare col dito la luna.

Per arrivare ancora più direttamente al punto, e porre la questione sotto il profilo dell'incrocio pericoloso tra politica, amministrazione pubblica ed economia, sembra addirittura che questo territorio non sia stato toccato in nessun modo da quel fenomeno attualmente passato alla cronaca e al dibattito cólla felice etichetta di 'Calce e Martello'. Anzi, posso affermare che dalle mie parti l'unica opera edilizia relativamente importante si trova a circa due chilometri da casa mia, è avviata da tempo, pare che vada avanti, e non ha sollevato minimamente la mia attenzione; cioè non appare come una mostruosità dai mille oscuri riflessi. Forse fu proprio la costruzione di quest'opera ad appannare i miei 'sensi di ragno' e mi fece concludere che quando giunse la notizia dell'urbanizzazione di quella striscia di terreno, il tutto altro non era che una 'naturale' conseguenza di un'opera decisamente grossa per le dimensioni dell'ambiente in cui veniva inserita.

Ora la visione è radicalmente cambiata. Finalmente arriviamo ai fatti.

Orbene, ovunque si viva, a discapito di qualsiasi dimensione, lo strumento chiamato 'Piano Regolatore Generale' è una questione di vitale importanza per qualsiasi comunità. Qualcosa del genere è sempre esistito sin dalle prime civiltà comparse sulla terra, e la gestione del PRG è molto complessa ed è un continuo fare, disfare, 'regolare'; da nessuna parte si disegna una mappa per indicare cosa può e deve esserci qui e lì una volta ogni venti o trent'anni e poi tutto rimane com'è fino alla prossima. Sebbene in qualche città si senta dire: "sono quindici anni che il PRG è fermo", significa 'più' che esso non viene ufficialmente approvato piuttosto che tutto rimane così com'è scritto sulla carta (ormai ingiallita per il tempo).

Questa ulteriore parentesi mi è servita per spiegare nel modo più semplice possibile per quale ragione il caso affrontato conta sia la data dell'anno 2003 d.C. sia quella dell'anno 2005 d.C. Diciamo che tecnici e 'non-tecnici' (amministratori a vario titolo) del Comune, con l'aggiunta della libera iniziativa di privati cittadini e delle imprese, intervengono costantemente a modificare l'aspetto del territorio. In primo luogo materialmente, edificando, ristrutturando e demolendo; in secondo luogo amministrativamente, adattando la situazione erariale e legislativa alle modifiche materiali (che si fa prima o dopo l'intervento materiale). Così, diciamo per semplicità che nell'anno 2003 un ufficio tecnico o forse anche un'assemblea deliberativa (come il Consiglio Comunale o la Giunta), hanno deciso che il mio e molti altri fazzoletti di terra passassero alla qualifica di terreni 'edificabili'.

La reazione dell'uomo comune non può essere che: "bene, così se voglio mettere su due mattoni lo posso fare senza perdere tempo in carte da bollo ecc ecc..."

Questo avvenne nel 2003, ma fino all'anno 2005 non se ne ebbe notizia perché l'ufficializzazione di questa disposizione viene (o dovrebbe venire, o doveva venire) solo con l'approvazione del Piano Regolatore Generale, e persino i bimbi sanno che questo è un passaggio delicatissimo della vita di qualsiasi Comune, a volte diventa uno scoglio insormontabile.

Fin qua il ragionamento fila, e non si può obiettare che se mi lamento del fatto che mi vengono a chiedere i soldi del 2003 per un cambio di destinazione di un terreno ufficializzato solo nel 2005, ho tutte le ragioni del mondo.

Ma ora le cose iniziano a ingarbugliarsi, aguzzate la vista, fatevi un caffè o accendetevi una sigaretta, avrete bisogno di concentrazione.

Il terzo ministro più amato dagli italiani, il Bersani (prima di lui c'è il Visco e il Padoa Schioppa, non v'è dubbio al riguardo), emanò un Decreto il 4 luglio 2006 di oltre 200 pagine che conteneva numerose disposizioni migliorative della legislazione economica italiana, tra cui vi era un articolo contenente il seguente comma.

un'area è considerata fabbricabile se ci si può costruire in base allo strumento urbanistico generale (PRG) deliberato dal comune indipendentemente dal sì della Regione

Messa così la riga non dice alcunché in difesa di una cartella esattoriale che pretende di far pagare una tassa - ripeto - prima dell'approvazione dello strumento urbanistico generale (PRG). Tutt'al più è possibile osservare che questo Decreto slega le mani al Comune, snellendo la procedura di rideterminazione degli estimi e dell'I.C.I., dato che non deve più attendere la presa visione con esito favorevole da parte della Regione - io neanche sapevo di questo passaggio, si impara sempre qualcosa di nuovo.

Il Decreto venne convertito in legge il 4 agosto 2006 e divenne la 'Legge Bersani' più interessante per le liberalizzazioni. Eravamo già un anno dopo l'approvazione del PRG nel mio Comune e ben tre dall'operazione che decise che il mio appezzamento di carciofi potesse divenire adatto per la costruzione di un marciapiede con un lampione al suo inizio e uno alla sua fine.

Per quanto ne so,  dopo la conversione in Legge del Decreto non accadde niente dalle mie parti, ma suppongono che altrove qualche Amministrazione molto più 'affaristica' della mia abbia combinato qualcosa, poiché sulla materia in oggetto si espresse addirittura la Corte di Cassazione.

Sia sulla lettera che è arrivata a casa della mamma, sia su internet, sono citate due sentenze del supremo organo di giudizio dello Stato, una in data 12 settembre 2006 e una in data 30 novembre 2006 - in verità è possibile che la sentenza sia stata solo una, e che una mia fonte abbia trascritto erroneamente la data, ma per sicurezza specifico.

Verosimilmente i termini della contesa dovrebbero essere stati questi:

1. un'Amministrazione Comunale notifica a qualcuno che il suo terreno, essendo stato 'tacciato' di edificabilità ora passa dall'essere soggetto all'Imposta Catastale a quella Comunale sugli Immobili

2. Il cittadino risponde: "ma che cazzo stai a di'?" e mette le cose nelle mani di giudici e avvocati.

3. I giudici della Corte di Cassazione prendono in mano la questione e confermano la nozione che basta 'dire' che su un dato terreno 'si potrebbe costruire' per fargli cambiare immediatamente di status nei rispetti dell'erario.

3.1 Visto che la 'Legge Bersani' esclude la necessità di un controllo da parte di un organo superiore come la Regione (questa deduzione è mia), la Corte di Cassazione con la sentenza escluse "la necessità dell'adozione degli strumenti attuativi del Piano Regolatore" (questa invece l'ho trovata scritta); vale a dire che non serve  che il Piano Regolatore sia attuato nella sua interezza nella megaseduta più tesa della legislatura, basta che vi sia un dispositivo tecnico che afferma la fabbricabilità.

3.1 (bis) Come se non fosse abbastanza, la Corte di Cassazione ha giudicato con 'norma di interpretazione autentica' vale a dire che i giudici si hanno ritenuto di aver 'capito come le cose debbono funzionare' e perciò con questa sentenza hanno aperto la strada alla retroattività della legge.

Ecco spiegato come si è giunti a 'estorcermi' la gabella per un'annata dove l'agibilità legislativa era estremamente risicata. Nel mentre che vi fate un'idea vostra, vi aggiungo un paio di dettagli.

Qualche commentatore giuridico ha associato alla 'norma di interpretazione autentica', una scelta di 'indirizzo sostanzialistico' nell'interpretazione giuridica della questione. In altri termini, il giudice ha deciso che questa legge va a valorizzare le immediate ricadute economiche di qualsiasi variazione che fa sorgere o consolida un'aspettativa di diritto. Un'altra linea interpretativa, detta 'formale-legalistico', presuppone invece che tutte le procedure di applicazione degli strumenti urbanistici vengano perfezionati prima di passare 'al sodo'.

Si può obiettare in un altro modo dicendo che in molti casi, tra cui quello del cittadino che si ritrova con l'urbanizzazione di una porzione microscopica, materialmente incastrata in una posizione che la rende assolutamente inutilizzabile, la 'aspettativa di diritto' fa davvero una fatica immensa a materializzarsi. Ma sotto questo profilo pare che nessuno ci senta: la trasformazione urbanistica di un suolo, implica di per sé una trasformazione economica dello stesso, che è ritenuta irreversibile. Ma chi attesta questa irreversibilità? L'insieme di tecnici, amministratori e giudici. E il privato cittadino? Colui al quale il diritto alla proprietà privata dovrebbe essere garantito? Lui niente: non pare avere voce in capitolo. Oggi gli impongono l'I.C.I. sull'orto e domani, nel caso che veramente costruisce qualcosa, la tassa ovviamente cresce. Va bene, qualcuno potrebbe minimizzare dicendo: "così almeno si spinge alla produzione della ricchezza e alla crescita economica dei territori".
Invece, volendo andare fino in fondo nel leggere questa disposizione, mi pare che quasi arrivi a sfiorare e a mettere a rischio il diritto alla proprietà privata!

E non si tratta affatto di una critica di destra questa, che dipinge la vicenda come un lungo e perverso escamotage con l'unico obiettivo di "mettere le mani nelle tasche degli italiani", o così può apparire.
Infatti, il sempre ottimo e mai farragginoso Marx direbbe che questa legge, mascherandosi sotto una spoglia di dirigismo pubblico sui beni borghesi del privato cittadino, privilegia unicamente una produzione di ricchezza astratta al posto di quella reale. E naturalmente, questa innesca un circuito virtuoso di aumento esponenziale dell'imposta sul bene: oggi si passa dal Reddito Domenicale al Valore di Mercato moltiplicato per l'Imponibile; domani, con la costruzione di un'autorimessa cresce il Valore e cresce la tassa, e questa non si fermerà mai più se tutto intorno al bene immobile un terzo costruisce altri beni o servizi urbanistici che fanno aumentare di riflesso il Valore di Mercato di una cosa su cui non è costruito niente e forse niente potrà mai esservi costruito.

Fine con i dettagli. Vi siete fatti un'idea vostra?

Riepiloghiamo.
Anno 2003: il Comune urbanizza, senza senso e coerenza, delle parcelle microscopiche dei cittadini, parcelle che non hanno alcuna utilità concreta per l'edificazione

Anno 2005: il Comune approva il PRG, tutto diventa ufficiale e irreversibile (fino al prossimo PRG)
Anno 2006:

                       Luglio/Agosto: Decreto e conversione del Decreto in Legge

                       Settembre/Novembre: la Corte di Cassazione attesta la legittimità della legge e pone la sua retroattività.
Qualche tempo dopo...mi chiedono la tassa dell'anno 2003

Tra qualche tempo...mi chiederanno anche quella del 2004

Poi...piazzano un lampione a cento metri da quel punto? L'I.C.I. di un campo di carciofi aumenterà!

Risultato?
In primo luogo potrei dire che "qui c'è puzza di zolfo". Date così lontante, governi diversi, fatti distanti, eppure tutto cade a puntino e s'incastra alla perfezione a favore dell'erario.

Sapete che c'è in realtà? In verità c'è che non c'è una differenza di indirizzo politico nonostante il cambio dei soggetti in sede di direzione politica, in primo luogo. In secondo luogo, se dalle mie parti non possono fare 'Calce e Martello', allora fanno una grossa speculazione erariale! E, luogo terzo a conferma del primo, dalle mie parti il Comune è passato (nel frattempo) dal Centrosinistra al Centrodestra; il Centrodestra, 'alternativamente alla politica speculatoria del Centrosinistra', sceglie di far comodamente cassetta.

Soluzioni per non pagare questi venti euro?

Fare formale rinuncia alla futura edificazione sul mio terreno per sempre.

Per fortuna che farmi la 'fabrichèta' non è nei miei progetti.

P.S. Basta così. Vado a godermi il frutto della mia serra...quella ancora non me l'hanno tassata.

martedì 19 febbraio 2008

Le Realtà di Federica – 1. “Federica saliva le scale silenziosamente” - Seconda pagina.

Alla Prima Pagina

Anche se, proprio perché sapeva che era tornato da mezz'ora sapeva di disturbarlo. Sicuramente stava studiando o riflettendo approfonditamente su chissà cosa, e da poco aveva raggiunto il massimo della concentrazione.

Ma era già di fronte alla sua porta, e indecisa tra suonare o scappare, maldestramente (come solo lei era capace) colpì col dorso della mano la porta. Non fu un tocco deciso, o meglio, lo fu solo in parte, poi la mano strusciò sul legno finto del portone blindato.

Nel giro di quei pochi secondi necessari per riconoscere tra la poca luce il pulsante esatto ma non sufficiente per suonare, il portone venne aperto da Francesco.

«Ciao, è che…non riesco a distinguere il campanello!», disse Federica, non senza non far uscire prima una U o una A, sospendendosi un secondo, per trovare la spiegazione e affrettarsi a concludere.

Nel preciso istante in cui riconobbe Federica, il viso di Francesco subì un'inafferrabile contorsione. I suoi occhi neri si aprirono un infinitesimo di momento per stringersi ancora e tornare a brillare cupamente. Forse era stupito di trovarla lì davanti e inconsciamente il suo corpo lo dimostrò, ma seppe riprendere fulmineo il controllo. Oppure poteva essere quello il gesto di un uomo acuto che, in una delle tante informità possibili trova quello che cercava?: un piccolo brillante in un cumulo di bigiotteria, una vespa in uno sciame d’api. Ma Federica non notò nulla, non stava guardando, sentiva la presenza di Francesco che la sovrastava con più di venti centimetri di differenza nell’altezza.

Egli la salutò immediato, la invitò ad entrare.

«Eri occupato?», chiese Federica a un paio di spalle e un braccio che le facevano spazio per l’appartamento.

«Macché! Apatia completa, della più stupida: giocavo con il computer». E infatti la colonna sonora di un videogame era sotto le sue parole.

Federica muovendo i primi passi ebbe modo di osservare ancora una volta il monolocale. Dall’angolo cucina, lavandino, fornelli, frigorifero, con di fronte un tavolo e subito dopo la porta del bagno; una finestra a un’anta per raggiungere il balcone. Guardando a destra il muro disegnava una L, in fondo c’era una libreria ricolma, alta fin quasi al soffitto; a sinistra un lungo tavolo dove Francesco studiava, pieno di fogli, penne, quaderni, ancora libri, e quella che gli aveva descritto una volta come “stazione multimediale”. Ancora a destra, il muro interno era spezzato da una porta: la camera da letto.

Francesco trascinò una sedia dal tavolo fino alla scrivania, là dove la luce era ancora buona.

Federica la seguì meccanica con gli occhi vagolanti. «Più lo guardo e più mi piace questo appartamento», riferendosi non tanto ai mobili e agli accessori, ma all’atmosfera che si poteva trovare entrando in un piccolo scrigno per gioielli, «Soprattutto perché non c’è la televisione». Federica ripeteva più volte a Francesco le stesse identiche cose, come in quel momento, mentre si sedeva.

«Sai benissimo che c’è, ma è di là». Indicando alle sue spalle, «e ci vedo solo videocassette e DVD», rispose Francesco sedendosi a sua volta. «Prendi qualcosa…un caffè, un aperitivo…quello che vuoi…».

«Niente ti ringrazio».

Francesco tolse la pause dal computer, registrò la sua partita, chiuse il programma ed ordinò al calcolatore di disconnettere il sistema. Mentre la macchina eseguiva, facendo distogliere l’attenzione di lui, Federica trasalì appuntandosi il fatto che Francesco era l’unica persona a cui non si poteva nascondere una cosa. Era dotato di intuizione, soprattutto, anche se non aveva l'enorme bisogno di supporre, non perdeva mai tempo in circonlocuzioni.

«Com’è andato oggi il lavoro?». Chiese Federica all’amico mentre spegneva definitivamente la macchina.

«È andato. Mi ha annoiato, svuotato, stancato, ma è andato via; tristemente ma necessariamente».

giovedì 14 febbraio 2008

Ma cosa sta dicendo?





L'onorevole Presidente dell'Unione Democratica di Centro, sta terminando la sua comparsata ad "Annozero".

Ha detto che è necessario rimettere il numero chiuso all'università per sanare gran parte dei mali che ci attanaglia, a noi italiani, in quanto "popolo" che soffre una crisi strutturale (non ha detto esattamente così, ma questo è quanto riesco ad estrapolare dal contesto, se sto sbagliando, chiedo perdono e farò pubblica ammenda).

Ora, saltando a pie' pari tutta la questione di "sistema" riguardante il numero programmato delle Istituzioni Universitarie, voglio far presente quanto segue.

"Le facoltà a numero chiuso, a cui si accede solo se si superano i test di ingresso, sono ormai un terzo dei corsi di laurea. Questi, dai 242 che erano nel 2001, sono passati ad essere 1060 nel 2006. Una scelta autonoma che può fare ogni singola facoltà per garantire determinati standard qualitativi ai propri iscritti, evitando così il sofraffollamento delle infrastrutture"


fonte: http://www.studenti.it/universita/orientarsi/numero_chiuso.php (un po' datata lo ammetto)

Traete le vostre conclusioni.
Io spedirò all'onorevole signor Presidente una zavorra. Così che possa stare saldo sulla terraferma.

mercoledì 13 febbraio 2008

Le Realtà di Federica – 1. “Federica saliva le scale silenziosamente” - Prima pagina.





Federica saliva le scale silenziosamente muovendosi furtiva. Si sentiva una specie d’incapace che voleva essere a tutti i costi una ladra. Il pavimento era di marmo; non voleva fare alcun rumore con i suoi passi. Se, uno sconosciuto – ma non poteva che incontrare estranei – sarebbe comparso di fronte a lei per andare a gettare la spazzatura, una scarica di adrenalina le si sarebbe fiondata per la schiena, schiantandosi sul suo petto come il colpo di una mazza.

Probabilmente tutto si sarebbe concluso in meno di un attimo e dalle sue labbra non sarebbe uscito il minimo accento. Le accadeva sempre alla minima sorpresa che le sfuggisse costantemente lo stesso suono: una via di mezzo tra una A e una U; né un sospiro né uno sbuffo, ma una sorta di scatto meccanico. E adesso aveva i nervi talmente scoperti che al buio avremmo potuto vedere le scintille delle sinapsi. La sua fantasiosa minaccia forse non l’avrebbe guardata sbiancarsi, sudare; bloccare del tutto i suoi passi tremanti. Forse.

Per strada rimaneva sempre in bilico tra lo strisciare via, anonima, e l’attraversare innumerevoli mura di sguardi, e, dentro di sé, accoglieva questa condizione con l'identico equilibrio precario.

Ora voleva essere invisibile. Anche fosse stato un gattino di quaranta giorni tenero e impaurito, ma stoico nell'affrontare il mondo esterno; lei ecco…Non avrebbe più titubato un solo passo in avanti. Dietrofront! A rinchiudersi finché tutto non le sarebbe passato.

Osservava a terra la pietra biancastra capace di ferire la vista con i riflessi, anche se le luci le aveva lasciate spente. Per questo si sentiva a disagio. Nessuno degli inquilini sapeva che lei si trovava nel loro condominio. Aveva evitato il citofono perché il «Si prega di chiudere il portone, SEMPRE!» era sistematicamente ignorato – inoltre – benché non le fosse passato per la testa, il vento e i vizi dei cardini dovuti dal continuo sbattere e spalancare, lo lasciavano comunque socchiuso.

Non guardava che a terra sapendo bene dove doveva andare, inopportuna probabilmente, e maleducata senz’altro.

Non era abitudine di Federica presentarsi da qualcuno senza avvertire, con fare invadente. Ma fuori, sul pianerottolo, un portone chiuso e un citofono sarebbero stati un ostacolo da superare. Un sì o un no. E un portone aperto invece era un invito, un buon auspicio, un messaggio del destino che la rassicurava che tutto sarebbe andato bene.

Al termine della prima rampa il tacco fece rumore. Si moltiplicò in crescendo per la tromba delle scale. Poiché alle sei del pomeriggio era rientrata poca gente. Solo dalle venti a mezzanotte quel rumore si sarebbe confuso tra le televisioni e gli squilli di telefono, e qualche pianto di bambino; poi sarebbe tornato il silenzio.

Il suo stesso rumore le aumentò il disagio. Adesso Federica pensava a come sarebbe stato se il pavimento avesse avuto la moquette. Moquette anche per le pareti fra porta e porta, e un controsoffitto pastello con delle plafoniere. Allora, non avrebbe fatto nessuna differenza un passo spedito o circospetto, un piede pesante o vellutato, a terra avrebbe fatto sempre lo stesso suono, quasi impalpabile.

«Niente di peggio ancora»; si composero spontaneamente queste parole nella testa di Federica.

Si vedeva davvero muoversi perfettamente come un ladro. E non sarebbe stata in un condominio, ma in un albergo. In un albergo, stava pensando velocissimamente per associazioni istantanee, le persone prendono camere per periodi brevi, mosse da interessi ben specifici; lei sarebbe andata a trovare una persona in un albergo solo se gli fosse stato necessario. Era necessario che lei si trovasse lì in quel periodo per determinate cause? Era vero che il portone aperto simboleggiava realmente una buon auspicio?

Alla Seconda Pagina

martedì 12 febbraio 2008

La conferma del giorno

Lo sapevo, e lo sapevamo tutti. Oggi c'è stata la conferma

Sono spariti i soldi

Perché mi rodeva che cadeva il governo di Prodi?
Perché sapevo che i soldi di questo fantomatico "tesoretto" sarebbero immediatamente...evaporati.

Mi sono appena gustato un imbarazzato e imbarazzante Padoa Schioppa che diceva "allo stato attuale non possiamo pronunciarci perché ancora non sono stati fatti i conti"

ma...ma...ma...?

E gli altri notabili del Partito Democratico?
Silenzio assoluto, desolazione da deserto del Gobi...quasi una visione di pace assoluta.

Mi ero domandato: "ma il 'nuovo' Partito Democratico riuscirà a farla finita con quell'ideologia economica - che ribattezzai 'prodismo' - che pone al centro, come unico dovere e motore dell'economia nazionale, l'abbattimento dei costi, dell'inflazione e del decifit statale per poi lasciare tutto il resto al mercato?"

Lorsignori del PD ce lo vogliono dire che idea di Italia hanno, prima di venirci a chiedere di scegliere quale Italia noi vogliamo tra le alternative dei Democratici e del Partito delle Libertà?
(è un ragionamento contorto? be' questo è l'unico ragionamento attualmente presente in campo politico)

La cosa buona è che probabilmente la maggioranza degli italiani non ha alcuna voglia di perdere un secondo del loro tempo a seguire il dibattito che ci viene propinato.

La cosa cattiva è che la maggioranza degli italiani si sta chiedendo: "Dove cazzo sono finiti i soldi?"

La cosa orribile è che, per la prima volta in assoluta, dopo la notizia che le tasse non si abbasseranno e che l'extragettito è in forse, nessuno e ripeto: nessun esponente dell'opposizione si è gettato come un branco di squali sulla notizia per "coglionare" Padoa Schioppa.

Ma come? Quando però Sircana si accostava con l'auto a un "operator* sessuale" per chiedere la lista dei servizi, l'occasione non se la facevano scappare.

La cosa avvilente è che abbiamo la quasi-certezza che i soldi sono spariti, o meglio spartiti per "la congiuntura di assestamento poltroniera post-elettorale".

lunedì 11 febbraio 2008

Il giorno dopo...

Perché!

Per quale fottuta, stupida ragione di merda ho rimesso la sveglia alle otto di mattina!


Bestemmio ad alta voce mentre ciondolo per tutto il corridoio verso la sala nella quale il più sgraziato dei suoni del mio sistema Linux-Ubuntu è in grado di produrre come segnale acustico urla da cinque casse e un sub-woofer.

Lo spengo.

Merda, e un'altra bestemmia. Ho fatto le sei di mattina, stamattina! Ho ancora in corpo i residui di una decina di birre, ho scarrozzato Drumthalya per mezza regione ascoltando i suoi casini sentimentali (o sessuali, mica ho ben capito) e oltretutto mi sono ritrovato immischiato in essi! Ora, Paolo Augusto del cazzo, io esigo! Esigo che ti ricordi per quale scellerata motivazione avevi programmato di alzarti alle otto in questo giorno.

Guardo poi sulla scrivania e vedo il foglio.

Ah, c'era la presentazione di un corso di formazione post-laurea: «Gestione Risorse Umane. Selezione, formazione, direzione e amministratore del personale nelle imprese e nella P.A.».

Chi magari ha iniziato a conoscermi (e ad amarmi un po') puo' immaginarmi a fare scempio di questo invito nel modo più truculento che la mia natura bestiale (l'unica attualmente sveglia in questo smilzo corpo peloso) sia in grado di disporre, per poi rimettermi a letto a dormire il sonno dei nottabuli ubriaconi

E invece, non sarà così. Perché ho qualche problema.

Saltando quelli che per voi possono apparire più evidenti, passo a quelli che per me sono disperatamente importanti.

Primo: di solito dormo poco. Tipo che se vado a letto a mezzanotte, alle sei di mattina mi trovate già in piedi fresco come una rosa. A fare che? Mi domando a volte. Putroppo ho anche quella brutta malattia che potrebbe chiamarsi «insonnia retroversa», nel senso che dopo essermi addormetato una volta, non importa quanto tempo passi, se mi sveglio non mi riaddormento più a meno che non faccia uso di stupefacenti.

Secondo problema: ho una madre. Questa madre per la precisione:

1. è la mia socia nell'attività di produzione e vendita delle ceramiche;

2. abita in un'altra casa, dove c'è ancora la mia residenza e quindi il postino lascia tutta la mia corrispondenza;

3. In quanto madre di un figlio laureato in lettere moderne, desidera che il suo pargolo invece di trastullarsi nella vendita delle ceramiche artistiche, trovi un lavoro con posizione consona e adeguato trattamento economico, se non altro pari all'investimento che costarono i suoi studi;

4. è un'impicciona premurosa, ogni volta che mi arriva una lettera per cose di questo genere si precipita a casa mia e mi obbliga ad andarci.

Capirete bene che per non sottomettermi a settimane di litigi, musi lunghi e frasi acide dette con bocca mezza aperta sia costretto a prendere e partire per valutare la possibilità di seguire qualche corso di specializzazione, post-laurea, master e via dicendo.

Questo nello specifico prevedeve anche una borsa di studio, e l'argomento mi sembrava anche interessante per la mia piccola attività. E poi (pizzico di nostalgia) si tiene all'università, e a me piace ogni tanto imboccare di nuovo la sua entrata.

Tutto sta, oggi, nel riuscire a guidare da casa mia in Città senza procurare incidenti.

Bene, passiamo alla solita cura anti-sbornia made by Paolo Augusto. Un Parental Advisory grosso quanto una casa, perché per alcuni sarebbe un suicidio, ma a me funziona.

Serve una colazione a base di pane e insaccati. Ma non uno spuntino. Almeno uno di quei panini che si fanno i carpentieri alle nove cavalcioni sui travi del palazzo in costruzione. Il pane è indispensabile, perché agisce come una spugna sugli acidi dello stomaco, la carne secca altrettanto perché dopo essersi bevuto tre o quattro litri di birra (o un equivalente di qualsiasi altra bevanda alcolica) al tuo organismo tutto serve meno che una razione di zuccheri. Oltre al panino serve almeno mezzo litro di tè, forte, e ovviamente poco zuccherato.

Fatto questo, mi reco al bagno dove soffro le pene dell'inferno, ma sento il mio organismo depurarsi. Passo alla doccia e dopo essermi rivestito e reso quanto più avvicinabile ad un essere umano, mi faccio un bel caffé doppio, forte e nero.

P.S. Se fumate, evitate di fumare almeno per tutta la mattina altrimenti vi si apre la testa in due come un melone maturo.


Dopo qualche chilometro...

In Città ci sono arrivato sano e salvo, ho pure trovato parcheggio in un posto non a pagamento e soprattutto non in divieto di sosta. Entro trafelato in ateneo, ho fatto un po' tardi e non mi fermo a guardare intorno. Così come non mi soffermo neppure a osservare la composizione della platea adunata per la presentazione di questo corso per vedere facce conosciute o conoscibili. Sono venuto qui perché la cosa mi interessa per davvero, forse sarà un mio modo per capire da che parte sta andando il mondo, di toccarlo con mano; di certo però non vengo qua a spendere i soldi che nessuno mi sta guadagnando nel mio negozio chiuso.

Quindi cerco di concentrarmi per quanto mi è possibile. Sono presenti tre organizzatori, e come regola vuole, sono il “Giovane che ce l'ha fatta” (30/35 anni), “Il Maturo che fa le cose per passione” (40/50 anni) e “Il saggio anziano con tanta esperienza” (60/65 anni). A questi si accodano tre o quattro docenti universitari, tutti presentati con grande riverenza perché, capiamoci subito: sapete dove mi trovo? Mi trovo di fronte ad una manifestazione della new economy, il settore dei servizi e della «società della conoscenza». Il «coso» che ha promosso tale incontro, non è un ente, non è una istituzione, non vuole farsi chiamare neppure una «azienda», ma è una sorta di «associazione», motivata da grandi principi e prospettive etiche e scientifiche che offre formazione a giovani laureati e a gente già inserita nel mondo del lavoro.

È normale, per carità chi mai oserebbe dire il contrario, che coloro che si dedicano a tale opera non campino d'aria, quindi prima ancora di intraprendere tale onerosa e esosa attività è bene poter trovare i giusti finanziamenti in giro. Ed eccoli qua i «finanziatori», presentati con tutti i crismi uno ad uno: professori universitari pronti ad alzar la mano al momento della delibera per chi è in grado di spargere il seme delle loro dottrine e delle loro convinzioni sociali, economiche e politiche. È il nuovo gioco delle nostre università italiane, iniziato da quando se ne son fregati della libertà di ricerca e della libertà della più alta istituzione formativa e l'han portata in bocca alle aziende presenti sul territorio.


Ora penso che se siete studenti, laureati, impiegati in cerca di miglioramento, precari in cerca di occupazione, bene o male siete a conoscenza dell'iter di queste cose, quindi non sto a farvi il sunto della presentazione (e che? Non faccio reclame a nessuno io) anche se ho preso appunti per tutto il tempo per tentare di stare sveglio.

Ho appuntato soprattuto i nomi degli organizzatori. Ecco, se uno come me è in grado di dare un consiglio alla gente è questo: quando andate a vedere cose di questo genere, lasciate pure perdere i concetti e le nozioni intellettuali che vi diranno, tanto se siete davvero interessati e per davvero vorrete continuare fino in fondo, state tranquilli, vi ripeteranno quei tre o quattro concetti striminziti fino alla nausea. Invece guardate bene le persone, appuntatevi i nomi, e quando tornate a casa cercate di capire cosa fanno, chi sono, cosa pensano. Ne trarrete giovamento se mai dovrete ritrovarvi faccia a faccia con loro.

Questo corso, in estrema sostanza, è finalizzato alla formazione di gente «esperta in risorse umane», in altri termini a creare Direttori del Personale, o figure ad esse simile. Il concetto fondamentale, o lo «spirito del progetto», espresso guarda caso dal “maturo appassionato” è nella sostanza questo: la gestione del personale in Italia in questi ultimi anni sta battendo il passo rispetto ad altre esperienze, il punto è che si sta perdendo “sensibilità” nella capacità di gestire e di valutare le capacità individuali degli addetti. Molto spesso quando si pensa all'impresa e alle sue politiche di gestione del personale, si pensa soprattutto a escogitare metodi per “mandare via” la gente e questo è sbagliato. È sbagliato perché senza dei professionisti o dei quadri d'impresa capaci di gestire e valorizzare gli addetti a volte si perdono risorse preziose, si compiono scelte errate, si sprecano soldi e si perde efficienza e competività. Un buon Direttore del Personale è quello in grado di valutare e gestire le risorse umane dell'azienda in modo che esse siano efficienti, capaci, motivate e soprattutto possano trovarsi bene nel posto dove lavorano.

Cazzo! Mica male questa idea di fondo. Non c'è che dire che si tratta di un progetto di tutto rispetto, sia dal punto di vista culturale, economico e anche etico. Questi cercano di cambiare la vecchia ideologia padronale, paternalista, opprimente e mobbizzante delle nostre imprese. I miei rispetti signori.

A metà della presentazione questo corso mi piaceva. Peccato che sarebbe a pagamento: 4.560 € tutto compreso. E merda...potrebbe essere tutto l'utile che mi spetta del mio negozio in tutto l'anno. Va be', non dispero, posso sempre confidare nel vincere la borsa di studio (io, come tutti gli altri 100 intervenuti).

Spetta al “Giovane che ce l'ha fatta” illustrarci tale aspetto, non senza averci prima riporato con i piedi per terra (e sì i sognatori...sono tutta gente ormai vecchia, il nuovo guarda alla pagnotta). Questa non è una azienda, noi non promettiamo posti di lavoro a nessuno, abbiamo avuto però ottimi risultati dai due corsi precedenti (perché non me li dici? Sono curioso), e ovviamente il corso è a pagamento. A tal proposito abbiamo disposto che il corso sia destinato a un numero chiuso di 25 persone di cui una beneficierà della borsa di studio. Questa verrà assegnata dopo un colloquio di valutazione, non tanto culturale, ma basato tutto sulla motivazione delle persone (sospiro speranzoso in sala). La procedura per accedere a questo colloquio è la seguente: dovrete fare iscrizione al corso, versare una caparra, e poi sostenere il colloquio (mormorio di disappunto in sala).

(Il “Giovane che ce l'ha fatta guarda in sala un po' smarrito, poi riprende il suo contegno brillante e deciso) Abbiamo fatto questa scelta, una scelta di campo, perché vogliamo che chi segua questo corso non lo faccia “perché è gratis” ma perché sia davvero motivato, quindi, selezioneremo solo tra chi ha già deciso di partecipare (fogli che vengono riposti, cappotti che vengono presi dagli appendiabiti, passi che si avviano all'uscita dell'aula testimoniano la grande incazzatura in sala).

Bravo! Ottimo! Grande esempio di gestione delle risorse umane!

Per inciso, non hai detto che la caparra (150 euro, mica bruscolini) verrà restituta in caso di recesso. Su uno dei fogli illustrativi, c'è scritto in quanto segue: «E' [sic!] possibile rinunciare all'iscrizione 8 giorni prima dell'inizio del corso, [...] In tal caso verrà restituita l'intera quota di iscrizione versata». Ma se voi mi mettere il colloquio di selezione per la borsa di studio sette giorni prima dell'inizio del corso? La mia caparra che fine fa?

E a parte i trucchetti alla Wanna Marchi, ma per davvero pensi di aver fatto un buon lavoro, eh “Giovane che ce l'ha fatta?”. Non mi hai detto quanta gente uscita dal tuo corso effettivamente ha trovato lavoro e in quanto tempo, non mi hai detto che tipo di lavoro svolge, che retribuzione ha, che prospettive concrete ci sono. Soprattutto, non mi hai affatto stimolato a venirti a dare 4.560 euro per la mia formazione specialistica.

Ma non è mica colpa tua, della tua incapacità di fare il tuo mestiere. Perché il tuo mestiere non è né quello di “vendermi” un corso, né quello di formarmi per davvero. Il tuo mestiere è quello di intascarti 44.000 euro dei 25 partecipanti, più le caparre non sindacabili, più i soldi presi dai fondi di Europei, Nazionali e Universitari per la formazione post-laurea.

Ma non è meglio se ci ristrutturano i cessi con questi soldi? Almeno posso mandarti a cagare in posti eleganti.


E tutte quelle belle chiacchiere sulla sensibilità? Mi chiederete. Be', è sempre la solita storia: «Accademia».

domenica 10 febbraio 2008

La serata non è ancora finita

Perché quando ho la frenesia del vivere, non mi basta mai.

Intorno si sta smontando la sala. Di solito questo è il momento in cui, quando vado per feste, concerti e iniziative, cerco di ingraziarmi gli ospitanti (o ospite? Non ho mai capito bene l'uso di queste parole), dando una mano nel ripulire, perché magari ci scappa una birra o due di straforo. In un angolo c'è Drumthalya e pare che abbia bevuto un po' troppo per le sue capacità. (Volete sapere quante birre ho bevuto io? Non mi ricordo, saranno state otto o nove, credo. Ovviamente ho omesso le mie visite al bagno).

“Uff...”, apostrofo a Drumthalya, dopotutto è stata una bella serata.

“'Nsomma...” Solo ora mi accorgo che Drumthalya non ha solo l'espressione di una che ha bevuto troppo, c'è qualcos'altro in pentola.

“Che succede?” Gli chiedo serio, perché quando una donna ha qualcosa che non va, è inutile fare il 'minimista', l'ironico o il simpaticone, anche fosse che le si è rotto un tacco devi prenderle immediatamente sul serio.

“Niente, niente...Tu invece? Hai conosciuto quella ragazza? Com'è ti piace?”

“Mah...Boh...Po'esse...Peccato il dettaglio del suo fidanzato. Valuterò se è una cosa rilevante o meno”.

“Il suo fidanzato è il cantante del gruppo”, poi Drumthalya sbuffa, e inizio a capire che il suo «Niente, niente...Tu invece? Hai conosciuto quella ragazza?» nascondeva qualcosa – C'abbiamo avuto, c'abbiamo, una storia.

Avete presente la questione del 'naufragare alla deriva nel mare della società'? Be' stasera era una darsena un po' affollata.

Mi guardo intorno e poi guardo l'orologio.

“Ehi Drummy...ti va un cappuccino?”

“Sì”.

Usciamo e saliamo in macchina. Accendo, partiamo e andiamo a cercare un bar aperto alle tre di notte. Non sarà per niente facile, anche perché non conosco molto bene questi luoghi a quest'ora. Chiedo a Drumthalya dove andare e lei mi spedisce sulla statale, direzione fuori regione.


Stralci di conversazione, alle tre di notte, dentro una macchina vagante alla ricerca di un bar notturno.

“Di sicuro lei ti avrà parlato del suo lutto”.

“Be' sì, insomma, queste cose ti segnano”.

“Ma è troppo, insomma, non parla d'altro”.

“Ma tu che ne pensi di lei?”

“Io non ci parlo”.

“Ah, e come fai a giudicarla in questo modo allora”.

“Me lo ha detto lui. Guarda che io e lui stiamo bene insieme, ogni volta che organizziamo qualcosa con l'associazione restiamo soli fino alle cinque del mattino”.

“E quindi?”

“E lui sta insieme a lei e a me piace tanto”.

“E lui lo sa?”

“Sì ma...Vedi adesso c'è tutta questa situazione che lei ha creato...È un casino”.

“E va be', mica si possono abbandonare le persone nei momenti difficili come sacchi della mondezza”.

“No questo no...”

“Certo lui non è chiarissimo con te, forse dovreste chiarirvi”.

“C'è poco da chiarire....”

“Drumthalya tra poco qua usciamo dalla regione, credo che sia il caso di tornare indietro e cercare altrove sto bar del cazzo. Comunque dicevi? C'è poco da chiarire perché?”

“Perché io voglio lui”.

“E va be', anch'io voglio Kristin Kreuk e Angelina Jolie insieme e che non litighino, che c'entra...Ma lui che vuole?”

“Lui ora sta con lei”.

“Eh si è capito, ma perché?”

“Ma non lo so, cioè, lui con me ci sta bene, ma non riesce”.

“A decidere?”

“Non lo so. Non è neanche brava a letto, a dire il vero neppure lui è 'sto granché”.

“Ah Ahaha...E allora se non è bravo neppure a letto e non puoi essere la sua ragazza, non credi di stare a perder tempo?”

“Ma lui mi piace...”

“Ihihi...Scusa, non dovrei ridere...Oh, ecco il bar. Ma tu lo sai che siamo arrivati a un quarto d'ora di strada da casa mia?”

“Madonna, mi dispiace”.

Cosa dicevo riguardo alla «frenesia di vita» che a volte mi porta a fare centinaia di chilometri senza una meta reale? Be' più o meno ci siamo.

Comunque sia, ci prendiamo un cappuccino e un latte macchiato e poi ripartiamo. Devo farmi a ritroso una quarantina di chilometri per portare a casa Drumthalya e poi andare a letto anche io.


Dialogo parte II:

“Va be' però non puoi abbatterti così Drummy. Capisco che non è per niente facile sopportare che la persona che ti piace sta con un'altra. Ma a conti fatti, se questo cerca di tenere di il piede in due staffe – e beato a lui, penso – sei tu che devi fare una scelta”.

“In che senso?”

“Cioè, a questo punto, visto che sei una ragazza più che matura, scegli tu. O chiudi del tutto la storia, oppure te lo scopi e buonanotte, la figura della cornuta ce la fa lei”.

“E lo so, ma non è facile. Tu quando vedi Atremis con il suo nuovo uomo non ti dispiace”.

“È una cosa diversa, dovrebbe dispiacere a lui quando mi vede” – E se viene a sapere dell'ultima volta che Atremis è venuta a lavarsi i perizomi in casa mia, gli dispiacerà ancora di più. Brrrr.

“Perché?”

“Perché...perché sì, 'nsomma”.

“Ma senti lei come ti è sembrata?”

“Cioé?”

“No perché hanno avuto fin'ora un rapporto un po' difficile”.

“Perché...”

“Perché, Paolo! Lui le ha messo i corni a ripetizione”.

“Con te ed altre?

“Con me”.

“E lei?”

“Non so, però non è stata a guardare, credo”.

“Hai capito...”

“Le hai chiesto di uscire?”

“Sì e no”.

“Glielo chiederai?”

“Drummy...Che storia è?

“Eh?”

“Un po' mi conosci, e se non mi conosci bene te lo dico chiaro: non mi mentovare neanche di striscio una qualunque possibilità di una storia così incasinata”.

“Perché?”

“Perché c'è il rischio che mi ci butto a pesce e poi, se scoppiano i casini tanto meg

lio!”

“Ahahah”

“Guarda che poi succedono. Quante te ne potrei raccontare”.

“Qua, gira a destra qua”.

“Siamo arrivati?”

“Quasi...”


L'orologio segna le 4.15 quando Drumthalya scende dalla macchina. E poi le 4.45 quando finalmente sono a casa. È solo giovedì, ormai venerdì. Per fortuna che siamo in inverno e tengo il negozio chiuso di mattina.

Pensiero pre-sonno


“L'Italia non è un paese che deve rialzarsi...”

Ah no?

“Ora si possono abbassare le tasse, ora si possono alzare gli stipendi...”

Si sarebbero potute abbassare lo stesso. Specialmente se invece di rimescolare 'sta minestra di ortaggi avariati ora, avessi tenuto la bocca chiusa quando ti è comparsa in mente l'idea di “andare da solo con qualunque legge elettorale”, e far cadere giù tutto quella farsa di castello di carte.

Che dici? Che se fossi stato zitto allora, oggi ancora c'era il vecchio governo e quindi, proprio in questi giorni, sareste stati costretti a fare qualcosa per abbassare tasse e stipendi?

Yeah, you can. Ti do ragione. Meglio farle abbassare a qualcun altro per poi andargli contro dicendo che così ha distrutto tutte le fatiche del governo 2006-2008 per limitare il disavanzo, il decifit e la spesa pubblica.


Non stranulate gli occhi. Anche se sono in piedi da ventidue ore e dieci birre, sono all'apice della lucidità...è tutto il resto che non ha il minimo segno di razionalità.

sabato 9 febbraio 2008

Minestrone

Finalmente, dopo tante seghe mentali, sono arrivato!

Drumthalya è una persona che desta il mio interesse. Abita in un paese intorno alla Città e si diverte ad animare una specie di associazione culturale. Non che faccia molto di più né molto di meno di quello che fanno tanti, per esempio questa sera vado in un posto, una ex-Camera del Lavoro che lei ha eroicamente strappato per una sera al suo triste destino di centro di accoglienza per le partite a carte dei pensionati, e ci ha messo dentro quattro o cinque gruppi rock di ragazzi e ragazzini. Cover Bands, un po' raffazzonate, spesso incapaci di eseguire tutti gli accordi del basso e che si esibiscono in locali dall'acustica pesante – come questo in cui sono entrato, dopo aver solcato decine di chilometri di strade dense di nebbia stile caffelatte – più che mai per il gusto di vestirsi come le loro divinità del metallo pesante.

Credo che sia tutto qui il senso della cosa: trovare una scusa per dare via libera ai propri sogni e dimostrarsi alla gente, non come si è, ma come si vorrebbe poter essere.

Tutto sommato però la serata non è male. Anche se non si capisce un cazzo di quello che stanno suonando, anche se nella sala non si vede nulla e la gente, nonostante l'umido e il freddo, occupa in massa il grande terrazzo invece che stare di fronte al palco. Del resto è poco più di un raduno di amici e di amici degli amici che sono venuti su invito e per non mancare di rispetto, poco interessati all'evento culturale, impegnati ad ammazzare il tempo.

Certamente non mi esalto in situazioni come queste. C'è poco da fare, anche la birra è abbastanza scadente e quella buona è in bottiglia e costa troppo. La popolazione femminile è anche un po' scarsa, molte sono amiche di Drumthalya conosciute più o meno tutte e catalogate sotto la voce “amiche di...”, e quindi...

Ci sarebbe una tipa interessante peccato che ha tutta una serie di complicazioni:

  1. È una cantante di un gruppo (quindi una star della serata)

  2. È agghindata in puro stile Dark-Lady Vampiro (ossia pelle nera lucente, chiodi, borchie, piercing e quintuplo strato di cerone che l'ha trasformata in un manichino semovente)

É il punto 2 che mi fa voltare le spalle altrove per andare a prendere un'altra birra. Scommetto tutti i soldi che ho faticosamente recuperato negli ultimi giorni per pagare la rata del mutuo che tolti quegli abiti, ripulita per benino dal trucco avrei di fronte una smorta ragazzetta che proclama riti satanici e scambi di coppe di sangue umano, ma che è svenuta quando gli ha messo il piercing sulla lingua.

Non parlo per preconcetti. Sulle prime mi aveva così stuzzicato la fantasia che mi sono messo a cavalcioni su una sedia e me la sono studiata durante la sua esibizioni. Non aveva voce, non aveva personalità, era una specie di bambola meccanica in cuoio e imbottiture che muoveva delle labbra afone tra rumore indistinguibile.

L'unica alternativa era ciondolare sul terrazzo da un pezzo di balaustra libero all'altro a guardare il panorama coperto dalla nebbia e tirare tardi quanto più possibile, fin quando non sarebbe stato così tardi da non poter avere altre alternative. È una mia tecnica particolare. Mi serve per tenere buono una specie di nucleo rabbioso che tengo dentro. Se lo lascio uscire liberamente, a volte può essere divertente, ma non sempre è il caso di farmi travolgere da quello che chiamo la mia «frenesia del vivere», perché se lo facessi, tipo ora, mi inventerei una storia per scroccare una cassa di birra, e me la squaglierei da questo posto senza dire una parola.

Non credo che a Drumthalya piacerebbe molto questo genere di comportamento da parte di un suo amico (qui presente in qualità di amico degli amici) che incula cinquanta euro di birra a una piccola associazione culturale che se va in pari con le spese stasera è tanto.

Poi, con questa cassa di birra rimediata malandrinamente, cosa combinerei? Probabilmente salterei in macchina e guidando e bevendo arriverei non so dove. Forse quando salirà il sole mi ritroverei in una città più o meno importante d'Italia. Mi fermerei in un luogo tranquillo per riposare qualche ora e poi vagabonderei fin quando non mi accorgerei di stare a fare una grande cazzata per l'ennesima volta.

Spesso lo faccio quando non ho alternative, e mi trovo a fare delle scelte obbligate. Non perché non sia capace di fare delle scelte, tutt'altro, niente mi riesce meglio di compiere delle scelte, il problema sono «le scelte» che faccio: tanto più vanno a rompere steccati e a divellere le bandierine e i cartelli – quei cartelli, come li chiamava Sartre che rappresentano i limiti delle nostre etiche – tanto meglio è, mi pare, sul momento...

Quindi evito di abbracciare il mio destino in pieno e cerco di naufragare nell'infinito mare di una società, quando grande quando piccola, per vedere se per qualche strano caso la deriva mi porti a incontrare qualcosa di interessante, piuttosto che alzare le vele e fare lotta là, dove pochi umani sono giunti e nessuno è mai ritornato.

Guarda caso stasera potrebbe essere una di quelle in cui basta restare con i gomiti poggiati sul parapetto di un terrazzo per fare un incontro interessante. Si tratta di un uomo, più o meno della mia età, unico rappresentante dell'etnia di colore in sala. É vestito in una tenuta glamour/causal dei neri newyorchesi, infatti come apre bocca si sente benissimo il suo accento disteso e cadenzato da yankee, che è molto diverso da quel biascicamento a dentri stretti e bocca storta del sud degli States (che volete, a forza di rifilare cocci ai turisti ho fatto pure conoscenza della dialettologia americana, la cadenza peggiore è quella del Midwest: sembra che parlino masticando un pezzo di copertone).

Il tizio, di cui non mi ricorderò il nome neanche a volerlo, è forse l'unico che si è presentato dopo aver trovato il flyer del concerto/evento in giro. Si guadagna subito punti pagandomi da bere. Fa l'insegnante di inglese in una non ben identificata – da parte mia – scuola di lingue, è sposato, la sua moglie fa la giornalista a Roma (forse, ho capito male, per la rivista “Internazionale”?) e abitano in uno sperduto paese, che per molti di voi, e anche per i miei corregionali potrebbe restare sconosciuto, ma se mettere il suo nome su Google, vi verrà presentato come una delle tante mecche per il turismo straniero, o addirittura per una vita lontano dallo stress delle capitali mondiali.

It's all fantastic, it's all crazy...Intercala di continuo il mio newyorochese, che mi fa piangere il cuore quando mi racconta che il mitico West End e il Village della Grande Mela è divenuta una zona residenziale per milionari. Ma questa è l'America, e questa è New York, oggi è figo averci il loft con piscina in un ex-stabilimento di conserve, domani recupereranno i container degli sfollati di New Orleans per farci monolocali di lusso, è sempre stato così.

Logico che sia all fantastic e all crazy, poter vivere in un casolare che tra i boschi, specie se lo paghi meno di una metà di un bilocale più servizi nel Queens. Dice anche che è fenomenale l'Italia perché gli sembra che il tempo si sia fermato. Forse ha ragione, dal suo punto di vista. Forse abbiamo fortuna che qua da noi una giornata è ancora di ventiquattro ore, ma sta pur tranquillo bro' anche qua da noi le cose son cambiate eccome.

Quando poi non trovavo il modo per scollarmi di dosso il tizio, che stranamente alla quarta birra che gli scroccavo poteva iniziare ad avere qualche remora nei miei confronti, la soluzione mi giunge inaspettata...


On candystripe legs the spiderman comes

Softly through the shadow of the evening sun

Stealing past the windows of the blissfully dead


Cioè...non sono riuscito a capire una sega di tutte le canzoni suonate fin ora, questa è l'unica che riesco a sentire e che fai? Te la perdi?

Rientro e mi spingo verso le prime file. Però, sono davvero bravi questi ragazzi. Mi avvicino e vedo Drumthalya proprio davanti a tutti a seguire la perfomance.


Looking for the victim shivering in bed

Searching out fear in the gathering gloom

Suddenly! A movement in the corner of the room!
And there is nothing I can do
When I realise with fright
That the spiderman is having me for dinner tonight!

Quietly he laughs shaking his head creeps
Closer now closer to the foot of the bed and
Softer than shadow and quicker than flies his
Arms are all around me and his tongue in my eyes

Tiene in mano una specie di volantino. Cos'è? Gli annuisco a gesti e me lo passa.

Si tratta di una specie di manifesto della sua associazione, è un po' banale, ma è buono. Non appena finisce la canzone, la quale segna il termine anche dell'esibizione di questo gruppo faccio ad Drumthalya.

“É interessante questo manifesto”, frase di circostanza, “Ma non sarebbe il caso di affrontare un po' la tematica del copyleft? Dopotutto, di questi tempi, è un'ottima soluzione per chi vuole combinare qualcosa in ambito culturale”.

Avevo un po' iniziato Drumthalya ai segreti della nuova idea di cultura del XXI secolo, purtroppo non mi è mai parsa un'allieva molto perspicace e poi: “Lo ha scritto lui, dovresti sentirlo”.

“Scusa lui chi?”

“Lui”, e mi indica il cantate. Ora capisco: l'associazione è collegata a questo gruppo.

Rapida Drumthalya lo chiama.

Non lo avevo visto bene prima. É un ragazzo sui 23/24 anni anche se ne dimostra molti di meno. Porta una giacca di pelle, con annessa gravattina che sembra una cinta, o un laccio, fate voi. Camicia bianca con il colletto sporco di cerone e una barbetta puberale che lo rende un po' ridicolo come cantante dark, per non parlare degli occhiali da miope con la montatura alla moda.

Tutto sommato però è un bel ragazzo, alto e con le spalle larghe.

Mi metto un po' a spiegarli cosa è il copyleft e di come potrebbe essere interessante per i giovani artisti. Da qui lui prende la palla al balzo per illustrarmi l'attività del suo gruppo, del loro sito web, e del loro cd autoprodotto. Anch'io prendo la palla al balzo, da esperto traffichino, per proporgli una specie di join venture, basata sui miei studiucoli sulla proprietà intellettuale, i miei raccontini diseducativi e le mie poesie fiammeggianti...

“E poi siete anche un bravo gruppo, per davvero”, li lusingo “Suonare «Spiderman» non è affatto facile...”

“ «Spiderman» Ahu Ahaha...Vorrai dire «Lullaby»!”

Mi arriva di lato tagliente come una rasoiata incandescente. Mi volto stizzito e vedo una ragazza un po' in stile dark-soft (ossia presentabile agli occhi della gente per bene) che mi sorride divertita.

Io odio quando vengo ripreso. Specialmente quando faccio le citazioni. Se per disgrazia un giorno mi volete riprendere su una citazione, non fate errori, vi massacro e vi mando a casa piangendo a riaprire i libri. Purtroppo questa volta l'errore l'ho fatto io.

“E sì giusto, «Lullaby», mi sono fatto qualche birra di troppo stasera, chiedo venia”.

“Perdonato”, mi risponde. È una ragazza dal volto tipicamente mediterraneo, ovale, naso un po' aquilino ma armonioso, zigomi triangolari, bocca carnosa...non mi pare male insomma e soprattutto mi ha piantato i suoi occhi neri (con pochissima matita) direttamente nei miei e non pare intenzionata a staccarli.

“Per rimediare, ora vado a casa e mi privo del sonno per riguardarmi il mio CD con tutti i video dei Cure”.

“Ti piacciono?”

“Sono tra le mie scelte musicali preferite”.

Agguanto due birre al volo e gliene offro una. Non vi sto ad annoiare con i miei discorsi, se per davvero siete curiosi di sapere che tipo di argomentazioni uso quando conosco una donna, fatevi un ripasso di tutta la roba che ho scritto fin ora, togliete bestemmie e parolacce troppo forti, e omettete certi “piccoli” aspetti non del tutto presentabili del sottoscritto.

Non state a pretendere neanche particolari su questa ragazza che chiameremo d'ora in avanti Lullaby in onore del fortuito incontro, perché, se io sono un perverso degenerato trasfiguratore del mondo in forma scritta, c'è gente vera là fuori, che potrebbe picchiarmi. Quindi vi basti sapere che mi è parsa una persona ok, simpatica, cordiale, abbastanza intelligente e acculturata. Beve birra ma non fuma, non ha mai fumato e purtroppo ha perso una persona cara a causa di una grave malattia (vedi un qualsiasi pacchetto di sigarette per informazioni). Abbiamo parlato in un angolo dove non c'era molta luce, e soprattutto lei mi stava molto vicino, quasi attaccata, con quei due occhi mediterranei impietriti in faccia a me. Se vi dicessi che non so a guardare mai i culi e le tette delle ragazze so bene che non mi crederete, e poi davanti al mio negozio tutti i giorni passa un intero liceo, ma potete giurare che non sono quelle le attrattive principali di una donna per me. Non so neanche dirvi cosa mi attrae di una donna in generale, certamente questo modo di porsi mi piace eccome. Non sarò stato mai troppo fortunato con le donne, ma non mi è capitato spesso di trovare una ragazza che sin dalla primissima volta che ci scambi due parole ti si piazza direttamente in quella zona che chiamo “del respiro”, dove appunto tiri l'aria per respirare.

Quindici anni fa, più o meno, la cosa mi avrebbe sicuramente imbarazzato, gli occhi mi sarebbero caduti a fissare in un punto morto e la mia suadente parlantina dalla erre moscia avrebbe incespicato fino al paperolinese. Ma da maturo trentenne, più che spelacchiato in testa, non posso fare a meno che restare affascinato di ciò...non tanto per lei in quanto lei, ma per questa strana tensione che ha/abbiamo creato.

Cerco di fare un passo in avanti. Mi frugo nelle tasche e trovo quello che speravo non avessi buttato: un altro piccolo flyer a cui manca un pezzo in un angolo (e voi come lei capirete subito perché) che pubblicizzava un reading di alcune poesie e prose di Buskoswki al mio Caffé preferito.

Era a dir poco meraviglioso che le piacesse e che seguisse con attenzione una mia sintetica dissertazione su quanto sia importante questo autore per me. Ma proprio quando stavo per lanciare l'esca, gli squilla il cellulare.

Un solo squillo. Lullaby mi fa la faccia imbarazzata e poi tenta di riprendere la conversazione ma c'è un altro squillo. Questa volta fa la faccia scocciata, vorrebbe dire qualcosa ma ecco immediatamente il terzo squillo, e il quarto.

Questa volta risponde: “Ok”.

“È il mio ragazzo, dovrei andare a casa”, oh merda, e ti pareva.

Non un sussulto, solo un sorriso condiscendente e furbo quanto più posso.

“Ok, non c'è problema”, Ma non la faccio andare via senza: “Sai, stavo per chiederti se ti sarebbe piaciuto venire a questo reading, ma non so se è più il caso”.

La sua bocca si allarga in un sorriso un po' contrito così come gli occhi vagano in aria.

“Non è detto che sia no. Però vediamoci un'altra volta prima, ok?”

Perooo...poteva andare peggio.


Già...era solo l'inizio. Tornate presto neanche potete immaginare cosa è successo da quella notte in poi.

venerdì 8 febbraio 2008

Ok, accendiamo la radio

Del resto manca ancora un po' all'arrivo.

Accendo la radio e colgo una battuta di uno speaker qualsiasi sull'attuale situazione politica...ehm...

Ok: alzate il volume, saltate tutto, chiudete la pagina, cambiate canale. Non importa. Il mio cervello non vi segue.

Quest'uomo:




non mi dà la minima fiducia.
E con questo mi ritengo fregato.
Sono del tutto fottuto perché ho sempre certo di interessarmi, scegliere e intervenire nella politica dell'Italia cercando un maledetto compromesso tra quello che frullava nella mia testa, e quello che mi bolliva (ahimè) in pancia.
Non è affatto una situazione piacevole. Provate voi a mettere in pace teorie ideali e prassi concrete. Vi accorgerete in prima persona quale impervia impresa sia.
Forse (e perché non dovrebbe?) il mio mal di vivere la politica di questo fottuto paese è una questione storicamente determinata. Esattamente: compio quest'immane fatica, a volte estenuante, spesso nauseante, proprio perché provo a comparire in quella fetta di torta che, nel piccolo o in grande, cerca di dare una spinta reale alla politica italiana. E nel far questo, mi ritrovo al confronto obbligato, al dover fare i conti senza poterlo evitare, con gente come il signore dianzi esposto.
Ma questa volta no. Questa volta lui e i suoi non avranno, neanche indirettamente il mio sostegno e neanche la mia fiducia.
In primo luogo perché egli è il primo responsabile delle elezioni anticipate.
Cosa dite? In realtà tutto è imputato a un tizio di Ceppaloni?
Si va be': raccontane un'altra Sherazade.
A dire il vero, forse non è proprio come la vorrei far passare io. In realtà le cose sono complicate ("It's complicated"; dicono in America quando non vogliono ammettere di non capirci niente), dannatamente ingarbugliate. O forse lo erano...
Il Segretario del PD, la storia ne è testimone, ha cercato in tutti i modi di piegare il sistema ai suoi interessi. Questo per garantire alla sua neonata formazione politica - che sparò le ultime cartucce di quella che Gramsci chiamava la "connessione sentimentale" - un meccanismo di supremazia elettorale.
All'inizio tutto sembrava facile: faccio un accordo col leader dell'opposizione, e dividendi si sarebbero spartiti "a babbo morto". Poi le cose si sono ingarbugliate, gli accordi non filavano più così lisci, sono accadute cose un po' pasticciate e infine, bum! Accade quello che accadde e il governo cadde. Alcune settimane a menar il can per l'aia, perseguendo una soluzione che non esisteva, ma alla fine - cioè in questi giorni - tutto è tornato ad avere nuovamente una rotta chiaramente segnata, che porterà tutte le cose ad andare per il meglio.
Non sto scherzando! Il Partito Democratico ha infatti diversi obiettivi che stanno per giungere, a quanto pare, in porto.
Il primo è stato indubbiamente raggiunto. Prodi è caduto e il professore si è ritirato dalla ribalta (forse farà il presidente di Alitalia? E perché no?).
Il secondo obiettivo è senz'altro alla portata del Segretario del PD, se non altro perché ripete gli stessi passi che un altro fece non più di ventiquattro mesi fa.
Come il leader di Forza Italia alle precedenti elezioni, l'obiettivo del Segretario Democratico non è affatto vincere, ma perdere bene.
Yes, he can! E lo farà, perché non è minimamente sostenibile che il Partito Democratico vinca le elezioni, non è minimamente probabile che il PD regga un governo senza le ali della sinistra e del centro.
Ma non è assolutamente questo l'obiettivo. Il Segretario non vuole un governo "ibrido". E se tanto dà tanto, allora, tanto peggio tanto meglio: non si può vincere, ma si può pendere meglio degli altri.
La decisione, testarda ma infinitamente ambiziosa, di correre da solo sta tutta nel proporre il PD come unico ricettore dei voti "di sinistra" e del "centro sinistra".
Se la strategia avrà successo, dopo le elezioni gli italiani di centro sinistra si ritroveranno con il monolite PD che avrà letteralmente cannibalizzato tutti gli altri partiti. E pazienza se si dovranno attendere cinque anni prima di riconquistare Palazzo Chigi...cioè, vi saranno senz'altro comunicati stampa al veleno, accuse di brogli, demagogia e propaganda populistica e antipolitica lanciate all'avversario, ma sotto sotto resterà quel sorrisetto che dirà: "abbiamo svoltato, una nuova stagione politica, finalmente".
Finalmente! Quanti di voi stanno plaudendo a questo possibile scenario futuro?
Siete in tanti, lo so. Ma lasciatemi porre questa domanda: il Segretario del PD ha disintegrato Prodi, ma ha disintegrato anche il prodismo?
Cioè quell'ideologia di politica economica per la quale i compiti di un governo esecutivo nazionale iniziano e finiscono col pareggio di bilancio e il contenimento della spesa e poi, tutto il resto...tutto il resto verrà da sé e per il meglio; c'è il mercato per tutto il resto, non certo il governo.
Se siete uomini e donne di sinistra sapete bene che il prodismo non basta a questo paese. Quindi, ripeto la domanda: il PD riproporrà il prodismo?
Risposta: non lo sappiamo e non ci verrà mai detto, perché all'ordine del giorno del PD non c'è governare, ma distruggere tutto quello che ha intorno a lui.

Su con la vita gente, io intanto sono arrivato alla festa.

giovedì 7 febbraio 2008

Warning: Paolo Augusto è in giro

Niente è più pericoloso di un misantropo che esce di sera

Dopo cena mi cambio ed esco.

È giovedì sera, non sono molto uso di uscire prima del venerdì o addirittura del sabato. Anzi, ultimamente non esco quasi per nulla, un po' perché mi ritrovo ad essere decisamente più intrattabile del solito, un po' perché andando gli affari a rilento devo centellinare gli euro. Ma questa sera è una serata speciale: Drumthalya mi ha invitato al primo concerto che organizza lei.

Drumthalya è una ragazza conosciuta un po' di tempo fa. Una di quelle ragazze che non dovrei più conoscere perché sarebbe anche ora che iniziassi a tagliare qualche vecchio cordone ombelicale. Per esempio quelli che mi legano alla Città e alla vecchia vita universitaria, specie quella notturna. È stato decisamente una sorta di assillo per me fino a qualche tempo fa. Una questione, mi dicevo, di ritmi di vita, di nuovi ritmi di vita che non riuscivo a costruirmi.

Ho fatto più notti insonni da quando mi sono laureato e sono entrato nel mondo del commercio, di quando studiavo in Città. Per un casino di tempo andavo e venivo dal negozio ai locali del centro, poi casa per dormire tre o quattro ore, farmi una doccia e ripartire.

Va be', sono e resto un privilegiato: se facevo l'operaio di sicuro sarei stato un'altra “morte bianca” in breve tempo. Quindi basta piagnucolare Paolo, rischi di diventare antipatico alle persone.

«Non è un problema mio», risponde Augusto.

Ma questa storia della mia vita sociale in città mi ha tormentato per un bel po', fin quando non me la sono tolta via come si toglie via un dente che duole.

Il fatto è che la Città in cui mi sono laureato non è proprio né questa gran metropoli né il massimo del divertimento per me. Troppe vetrine, troppi disco pub che suonano solo musica da discoteca, troppa birra che sponsorizza le multinazionali, troppa gente con il gessato anche il martedì sera, troppi gin lemon e troppi nasi bianchi. Gente da vomito. I locali un minimo decenti, dove entri anche da solo, conosci il tipo che sta dietro il bancone e se ti prende in simpatia dopo un po' ti fa lo sconto, sono troppi pochi, per non parlare di quelli in cui si cerca un minimo di socialità, invece che entrare perlomeno in due, sedersi a un tavolo, ordinare, consumare, mostrarsi, pagare, uscire, sbattersi, farsi, crepare.

E ciò che mi ha fatto crescere il livore per questa situazione è che puntualmente, se non era una sera sarebbe stata sicuramente l'altra, puntuale ci incontravo Atremis. Quasi per un anno da quando, l'ho (?), ci siamo (?), mi ha mollato lei (?) me la sono ritrovata tra i piedi. Cristo, di solito io sono uno che ci parla con le donne, prima, durante e anche dopo che la storia è finita (a volte erano loro a non volermi parlare, ma pazienza, di solito non me la prendo), ma quella cazzo di situazione diventava insostenibile.

Ed era anche assurda. Perché, dopo essermi lasciato con lei, io sono caduto in una specie di “limbo” costituito da questa vita che faccio, lontano da dove avevo trascorso gli ultimi anni della mia vita, lontano da amici, interessi, circuiti di relazioni e ovviamente single. Lei invece trovò immediatamente compagnia. In pratica: lei si era immediatamente rifatta una vita, io no.

Vi aspettereste quindi che ogni volta che l'incontravo cadessi in un miserrimo e piagnucoloso stato di malinconia da insoddisfazione?

Be'...potrebbe, non mi sono mai considerato uno dal cuore di cuoio più duro e levigato della sella di cowboy, ma non è proprio questo il caso. La nostra storia è finita male, sono successe troppe cose, gliene ho fatte davvero troppe, roba da denuncia penale. Eppure le situazioni erano grottesche, assurde, terribili. Ci parlavamo di tutto e di più ma nessuno dei due ascoltava. Lei magari mi raccontava dell'ultimo libro che aveva letto, io che avevo ancora le mani sporche di residui grasso ed olio perché avevo perso tutto il pomeriggio in una ricorrente compulsione a rimettere in sesto la mia vecchia motocicletta. Ognuno andava avanti nel suo discorso a casaccio, ognuno si beveva il suo drink, nessuno stava ad ascoltare l'altro perché erano gli occhi a comunicare tutto quello che c'era da dire. Io: «perché sei ancora innamorata di me?»; lei: «perché vuoi scoparmi e non me lo chiedi?». Ma ovviamente, nel nostro perverso mondo dominato da una nefasta stregoneria, eravamo maledetti: non potevamo rispondere alle domande più ovvie e necessarie. Sarà capitato anche a voi no?

Quindi una bella sera, non potendone più di tutto questo, ho preso e ho cercato di tagliare sto maledetto cordone ombelicale con la Città, almeno, speravo, me la levo dalle palle una volta per tutte.

E invece, non solo non mi è riuscito affatto bene, ma addirittura, è andata come sappiamo. E sì: se una cosa mi riesce bene è quella di combinare cazzate di dimensioni immani.

Ogni tanto putroppo mi prende la noia, e mi faccio un giro. E gira gira, ricado sempre nelle solite dimaniche da dieci anni a questa parte, le solite tipologie di persone: più o meno studenti universitari. Così ho conosciuto per caso Drumthalya una sera, insieme ad altri suoi amici e amichette, in un pub.


Ma non era meglio se accendevo la radio durante questo viaggio in macchina?