In questi ultimi giorni sto leggendo un sacco Leopardi e un sacco di libri scritti su di lui. Tanta roba è ciarpame accademico, pieno di farneticazioni che si allungano per tre-quattrocento pagine, che sembra soltanto il materiale adatto per infilarci dentro, come al solito, qualche paragrafo dove i professori si citano a vicenda, dandosi degli stupidi (viziaccio inveterato da secoli dei dotti). Ma in generale quello che mi infastidisce di più e questa stanca tiritera sull'eroismo di Leopardi.
Distinnguo: non mi riferisco all'eroismo che si può dedurre dalla sua opera letteraria, sappiamo benissimo che con una penna in mano, chiunque può trarre imperi dalle menzogne, quando la penna è mossa da Leopardi poi, abbiamo visto benissimo che impero ne vien fuori. Io mi riferisco all'idea che molti hanno secondo la quale lui ha vissuto "da eroe" la sua vita personale, che è una gran cagata.
Leopardi è stato la più grande mente italiana dell'Ottocento e del Novecento, fuori di dubbio. La sua grandezza consiste nel fatto che a vent'anni lui già sapeva tutto: che "Tutto è nulla", e questo era tutto quello che gli serviva per mettere mano a una delle più formidabili opere di poesia e prosa filosofica mai passate alla storia. Ma lui, avrebbe potuto scrivere più canti, più operette morali, e avrebbe potuto anche affaticarsi meno se, non si fosse accanito così tanto nello studio filosofico, filologico, erudito, in tutti quei campi che compongono lo Zibaldone. Un accanimento cieco per uno che "aveva capito tutto e aveva tutto il necessario per eccellere"; un percorso verso la cecità assoluta perché più campi copriva più discopriva l'esattezza dei suoi principi di pensieri, più materie dissodava più ne distruggeva, più nulla vedeva, più il nulla si ingigantiva, si allargava, arrivava al cosmo all'infinito, gli complicava la vita, la mente, il lavoro di poeta. La malinconia da infinita, diventava un carico sempre più grande, e lui col tempo, mentre il suo fisico gracile iniziava prematuramente a decadere, si lasciava andare, in una vita fatta di orari sregolati, di dieta inadatta (certo, incomparabile rispetto ad altri, ma quanto bastava per rovinarsi fisicamente del tutto), e di tanta fatica intellettuale... per nulla.
Leopardi aveva forse paura di svanire nel nulla quindi cercava di esplorare il nulla in ogni modo almeno per evitare la sua stessa dissoluzione? La paura ce l'hanno tutti, per tante cose diverse, ma c'è chi deve sempre «dimostrare tutto a tutti», perché ha una hubris (arroganza) che lo guida oltre ogni limite. Poi c'è quello che non si sente di «dimostrare niente mai a nessuno»...
Il contraltare al tipo leopardesco di vita fondata sul nulla non è Jim Morrison, ma Charles Bukosvky. Infatti anche lo scrittore americano aveva "capito tutto" sin da giovane: che tutto è nulla. E proprio per questo prese subito la strada dell'indifferenza totale. Lavorava il meno possibile, dormiva il più possibile, si ubriacava più che poteva, non gliene fregava niente della sua posizione sociale. Scrisse molto, ma avrebbe potuto scrivere di più ma non gliene importava. Scriveva di cose brutte che non avevano alcun significato... e visse più a lungo sia di Leopardi che di Morrison e morì per un malaccio accidentale che non c'entrava niente con i suoi eccessi.
Nessun commento:
Posta un commento