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Ditesti

giovedì 28 giugno 2007

Epilogo

Ero rimasto a L. sbattuto a terra da Johnny Schidòn


La frustata di adrenalina che attraversò il corpo di L. lavò via tutti gli effetti dell'alcol sostituendoli con quelli della paura. Si rialzò sconcertato fissando la figura piccola e con la spalle a bottiglia di Johnny Schidòn, ma il suo ghigno freddo lo raggelava.

Saliamo le scale insieme da buoni amici se non desideri fare ogni singolo gradino con denti e gomiti” gli disse Johnny freddo e compiaciuto. La fronte di L. si stava imperlando di sudore. Incerto e tremante iniziò a salire scortato da Schidòn.

Un piano, due piani, tre piani, quattro piani di silenzio irreale. Alla mente di L. comparivano le immagini dei Dead man walking americani, perché temeva di stare provando la loro stessa e identica emozione.

Giunti al portone designato, Johnny Schidòn suonò il campanello e ad aprire arrivò uno degli esseri più orribili che L. avesse mai visto. Non era una donna sopra ai cinquantanni, era qualcosa che cercava di sembrarlo e vi riusciva in modo tremendo. Quando cercò di salutare civettuolamente i due con un “Buonasera Johnny” il timbro della voce innaturale, alzato di mezza ottava ma ancora rauco e il sobbalzare del pomo d'Adamo fece letteralmente rivoltare lo stomaco a L. cogliendolo con la nausea dei quattro Campari-gin.

Buonasera cara”, rispose Schidòn come se salutasse una vecchia amica, o amico.

Il transessuale fece la mossa di accoglierli nell'appartamento, L. voleva scappare via, giù per la tromba delle scale a rompicollo ma le gambe non lo sorreggevano, si sentiva ricoperto di un velo di sudore e le nausee lo costrinsero ad appoggiarsi alla porta. Mentre Jonnhy Schidòn rimaneva impassibile il transessuale notò immediatamente che L. aveva qualcosa che non andava, aveva l'occhio per riconoscere i soggetti sconvolti, strafatti o semplicemente troppo infojati per trattenersi. Ma questo qua era L., una persona per bene. Forse aveva solo un po' d'indigestione.

Alla fine di questi due secondi L. boccheggiò, implorando che gli fosse detto dove si trovava il bagno. Entrò in casa, attraversò un corridoio e si ritrovò in un piccolo bagno che tuttavia era abbastanza pulito per la sua esperienza e per la conoscenza dei fatti che avvenivano in questo appartamento. Si gettò sul lavandino cercando di vomitare ma a parte il dolore per le contrazioni dello stomaco e dei muscoli del collo sputò solo un po' di saliva amara nel lavabo. Si fece forza bagnandosi il viso, cercando di pensare. C'era solo una piccola finestra ed era al quarto piano. Di là c'era Jonnhy Schidòn che sicuramente non lo avrebbe fatto uscire. Si fece ancora più forza.

Si sentivano risate venire dal di là per qualche sagace battuta di Jonnhy Schidòn, c'era almeno un'altra persona oltre il transessuale.

Quando uscì alla fine individuò il terzo uomo che era il secondo trans. Molto più giovane e piacente del primo che assommava in un grottesco patchwork di tutte le brutture della mezza età per l'uomo e per la donna. Quando L. lo sentì parlare, udì tutte le consonanti addolcite del portoghese.

Dài caro” disse mellifluo Schidòn in comodità sul divano del salotto, “vieni tra noi, unisciti alla festicciola”.

L. si abbandonò con miliardi di interrogativi in testa, sembrava uno scherzo, sperava che fosse uno scherzo. Ma non sapeva perché doveva subirlo. Si aspettava da un momento all'altro che una decina di amici burloni spuntassero da chissà dove, ma perché ci mettevano così tanto ad arrivare? Andrà tutto bene, andrà tutto bene...

Il trans giovane gli passò un bicchiere con dello scotch liscio dentro. L. cercò di scansarlo. Disse: “Non ho nemmeno cenato”.

Il trans vecchio, seduto vicino a lui, a sentirlo si alzò di scatto: “Oh, vuoi che ti prepari qualcosa? Cosa vuoi? Uno spuntino?”

No, niente grazie”, risposte L. mentre pensava seriamente di affidarsi all'alcol per sostenersi un po'.

Dài, non far complimenti. A noi piacciono i ragazzi in forze”, disse di nuovo il ributtante vecchio con le tette storte e nel mentre accarezzò L. su una spalla. L. rigido per non apparire disgustato guardò nel suo bicchiere e poi tracannò un sorso.

Ma che spuntini e merendine, ecco che ci vuole per l'amichetto mio!”, esclamò Johnny Schidòn. Come dal nulla sul tavolo comparve un portagioie d'argento finemente cesellato. Johnny tolse il coperchio e schiuse una mucchietto di polvere bianca, sabbia finissima pronta per essere degustata.

La coca, la coca è buona” pensò L., “La coca mi può dare la forza, la forza per uscire di qua, per affrontare questo maledetto stronzo di Schidòn. La coca...quanto mi piace la coca”.

Johnny Schidon iniziò a fare due strisce di polvere sul tavolo perfettamente lucido e pulito che era in mezzo ai due divani. Dosava la droga con cura e senza difformità, come se stesse costruendo una pista per il gioco delle biglie. L. vide allungarsi quelle due lingue candide sul tavolo, allungarsi e allungarsi come se Johnny Schidòn lo stesse per prendere in giro. Erano dosi enormi.

Saltò fuori una banconota da cento euro arrotolata. Johnny Schidon la appoggiò a una narice e si chinò sulla prima striscia. Con un solo e forte respirò corse in un attimo per oltre venti centimetri di polvere magica. Rialzò la testa e L. si spaventò seriamente: doveva essersi bruciato il cervello eppure non vedeva il minimo cambiamento in quel volto butterato e pallido.

Con un sorriso splendente e perfetto il rotolino verde spuntò a pochi centimetri di distanza da L. che respirava pesantemente, rosso in visto e impiastricciato di sudore sotto le ascelle. Fece per rifiutare ma Johnny Schidòn gli ondeggiò semplicemente la banconota e con questo lo spinse a prenderla.

L. si abbassò sulla sua riga e fece quello che si sentì incapace di non fare. Tirò ma non come Johnny Schidòn, la sua marcia si arrestò neppure a metà perché gli mancò il fiato. E immediatamente i polmoni si infiammarono, la gola si gonfiò e qualcosa di martellante lo colpì alla testa. Tutte le luci nella stanza divennero insopportabili agli occhi, i due trans starnazzavano come vitelli e battevano le mani, il battere delle mani sembrava una frana inarrestabile che gli stringeva come un laccio il cuore, una corrente di acqua bollente gli cadeva in testa direttamente nel cervello e in bocca aveva una palla di pasta amara.

Donnetta”, disse Johnny Schidòn. La sua voce e la sua presenza erano le uniche cose nitide. L. prese un'altra sorsata di scotch per mandare giù il sapore di cocco e cacao senza zucchero che gli pungeva la bocca e lo sfintere dall'altra parte del suo corpo. Sotto di lui un vortice di un aspirapolvere faceva fuori quello che restava della sua coca. Johnny Schidòn, rialzò la testa quattro volte di seguito e poggiando otto dita eburnee sulla scatola d'argento con le Madonne cesellate disse: “Ancora-a-a-a?”

L. si abbandonò sul divano lasciando scivolare le gambe sul tappeto, i capelli nelle orecchie lo stavano facendo impazzire e si sentiva le guance gonfie per via della rana in bocca. Scosse la testa.

Su dài L., ancora, dobbiamo divertirci”.

Che vuoi Schidòn da me?”

Johnny Schidòn si alzò dal suo posto e si avvicinò a lui facendo smammare il vecchio trans che L. vide muoversi a una velocità tale che una tartaruga con due testuggini non poteva. Johnny Schidòn gli aveva preso le spalle con entrambe le mani e lo stava massaggiando procurandogli un inaspettato rilassamento delle articolazioni delle ginocchia.

Voglio divertirmi col mio amico”

No, vuoi altro”

Sì...dài, fatti un altro tiro”.

L. si sentì cadere a bocca avanti e poi tutto diventò bianco negli occhi e amaro e inebriante nel naso e nella bocca.

Non aveva più fiato, non aveva più equilibrio. Johnny Schidòn lo fece allungare sul divano e lui non si sentiva più le terminazioni di nessuna delle sue venti dita, però avvertiva bene il sangue che affluiva nel suo pene e un dodici cilindri battere in testa nel suo petto. Tumtumtumtumtumtumtumtutm. Respirò e questo sembrò il primo della sua vita per quanto faceva male. Tutti quei colori di prima sfumavano in un obiettivo confuso, ora anche la faccia di Johnny Schidòn si era fatta meno brillante.

Ehi L.! Ti ricordi di due anni fa?”

L. mosse appena gli occhi per dire sì.

Mi avevi assicurato che quegli acquirenti per i miei diamanti erano persone oneste e affidabili. Poi ne hai letto sul giornale”.

L. invece cercava di ascoltarlo ma nella sua testa implorava che qualcuno corresse a mettergli della saliva in bocca e che qualcun altro gli strappasse la lingua perché gli faceva un male cane ai denti quando ci batteva sopra. “Vuoi che ti racconti? Il colpo del secolo: il mio impiegato mostrava le pietre a quegli acquirenti che tu mi avevi raccomandato e il primo che prende una delle mie pietre in mano cosa fa? Sai che ha fatto? Se l'è messa in tasca ed è scappato via come un ladro!”

Il petto non fa più male, non lo sento più, non sento più niente neanche quasi Johnny Schidòn.

Ma visto che ho i miei vantaggi ho aspettato. Ho aspettato due anni. Potevo aspettare di più, tutta la vita, ma mi è piaciuto farlo ora...”

L. Sentì solo questo infine, e poi fu buio. Non sentì che il brutto, vecchio e ripugnante transessuale gli stava salvando la vita chiamando un'ambulanza.


Lo so che tutti vi state domandando: “Ma alla fine chi diavolo è Johnny Schidòn?”

P.Ag

mercoledì 27 giugno 2007

Governo ladro, fa' piovere merda per la destra coprofaga

A voi come sembra questa cosa qua sotto? (colgo l'occasione per ricordare che tutti i post sono collegati e dovete partire dal basso per capirci qualcosa) Personalmente non mi pare di andare così male. Sì ci sarebbe da rimettere in mano su due o tre frasi, magari non rendo benissimo l'idea di Schidòn. Tuttavia questo raccontino non è finito. Avrò modo di rifarmi.


Siete curiosi di sapere di cosa sto scrivendo? Non dovete essere curiosi con gli scrittori, specie quando vi fanno entrare piano piano nel loro mondo. Se fate gli invadenti, se chiedete anche solo una parola in più di quello che è disposto a scrivere, lo scrittore si imbizzarrisce, si incazza come una bestia, tira fuori il suo lato infantile e vi brucia sotto gli occhi l'unica copia del suo lavoro.

Scrivere è una fatica assurda, non so se potete capire quanto affanno procura buttare sul foglio un po' di parole con un senso e uno stile decente. L'unico scrittore in grado di pensare che scrivere fosse divertente era Bukoswki, ma lui era un caso a parte, odiava così tanto il mondo che l'unica cosa accettabile per lui era la finzione.

Magari fossi misantropo quanto lui. Purtroppo non sarò mai bravo quanto Bukoswki né nello scrivere né nel mandare al diavolo la gente che ti interrompe quando scrivi.

Infatti, poco prima girò la serratura della mia porta di casa, qualcuno salì le scale con il passo leggero. La porta che collega il mio studio-salotto alle scale si aprì e comparve mia madre.

“Oh!” Non vi spaventate, mia madre è così, il suo saluto mattutino è tale e quale all'abbàio di un pastore tedesco.

“Ciao”.

“Il negozio non lo apriamo oggi?”.

“Sono le nove meno un quarto, e non vedo motivo di affrettarsi tanto, visto che di questi tempi se mai passa un cliente non è mai prima di mezzogiorno”.

“Hai avuto ospiti ieri sera?” Mi chiede dopo che si è infilata in cucina e ha visto i resti di una cena per due.

“Eh...”

“Affari tuoi, ma non mi pare una genialata continuare a vederti con Atremis e andarci a letto”.

“Mamma! Ma come fai a sapere che c'è stata lei ieri sera e...”

“Hai la tua solita faccia di merda stamattina”

Mamma, una donnina piccola piccola, più tosta di un carabiniere, diretta quanto un pugno in faccia, impietosa come una cambiale scaduta. Se io sono così probabilmente dipende da lei, sia stato per l'educazione o per la genetica.

Comunque, visto che ormai aveva definitivamente interrotto il mio momento creativo, e aveva scoperto ancora una volta una delle mie tante stronzate, l'unico modo per superare questa empasse era – come sempre – far finta di niente allontanarsi il più possibile da lei. E per fortuna che ho la scusa di possedere un'attività che sfama ambedue, perché improvvisare con lei è praticamente impossibile.


Quindi, circa 15 minuti dopo, eccomi giunto in Paese. Trattasi di un centro di medio-piccole dimensioni, di apprezzabile patrimonio storico-artistico contornato da un ottimo paesaggio per i week end alla ricerca del perduto contatto della natura, nonché sede della mia attività di commercio e artigianato. Desiderate maggiori dettagli, tipo il nome proprio della cittadina? Non l'avrete. Scegliete una cittadina a caso tra le centinaia presenti in Italia che soddisfano la descrizione e ne resterete soddisfatti voi stessi.

Parcheggio, chiudo l'auto, mi avvicino al portone e apro i cancelli del mio regno. Ventisette metri quadri, senza bagno, arredato con due tavoli, vari scaffali disposti in modo da ottimizzare tutto lo spazio disponibile, e qualche centinaia di articoli in ceramica tutti ottimamente decorati a mano. Sono articoli fatti e rifatti secondo una tradizione ormai più che vetusta, la maggior parte dei miei decori viene dritta dritta dal Rinascimento o dal Medio Evo. Sono tutte cose che facciamo io e mia madre, o meglio, sono cose che io mi arrangio a fare e che mia madre fa più che bene.

Al centro di uno dei due tavoli troneggia un tornio: un attrezzo acciaio del peso di tre chilogrammi composto di un disco posto sopra un perno. Tutto intorno ci sono ciotole di colori e schizzi di vernice secca a dare un tocco di “vissuto” all'angolo dove ogni tanto mi trastullo imbrattando con più o meno maestria pezzi di terracotta. Qualcosa da fare c'è sempre, quello che spesso manca è la voglia o l'estro. Specialmente stamattina che, probabilmente per scacciare il ricordo del mio uccello dentro il corpo di Atremis, ho dedicato il 101% delle mie risorse cerebrali a un raccontino senza capo né coda.

Prima però, casomai càpiti qualcuno per sbaglio, diamo una spazzata in terra una lucidata alle ceramiche. Odio fare queste cose. Lucidare mi tedia e mi fa crescere astio nei confronti di quello stronzo del proprietario del locale che mi promise di mettere l'intonaco al soffitto e poi, come avevo previsto, me lo consegnò completamente “rustico”. Se alzate gli occhi infatti vedete un bel soffitto di travi e di mattoni come nei casolari di campagna. Certo: molto bello e pittoresco, se non fosse per quelle anime maledette che lavorano nell'ufficio al piano superiore le quali, camminando di continuo, fanno venir giù ogni cosa possibile e immaginabile sui miei pezzi di sconvolgente candore e abbaglianti sfumature.

Tuttavia l'operazione di quotidiana nettatura del locale non è veramente una perdita di tempo. Perdita di tempo sarebbe sedersi alla scrivania e guardare il Rudere (ossia il PC che ho messo al negozio) inizializzare lentamente, e a tozzi e bocconi, il Sistema Operativo per quasi venti minuti. Nel frattempo sento dei passi venire verso la mia porta.

Specifico: il mio negozio è, letteralmente, un buco in un palazzo antico del centro città. Non ha finestre o vetrine di sorta, assomiglia di più a una specie di grottino e l'unico modo per capire il mondo che vi gira intorno e fuori è affidarsi e affinare il senso dell'udito. Ormai sono in grado di capire il tipo di persona che si avvicina dai passi: c'è quello che si accosta solo per dare uno sguardo da fuori, quello titubante che si presenterà con “posso dare un'occhiata?”, quello che invece entra praticamente in trance colto da un raptus di shopping compulsivo (la categoria che amo di più) e infine ci sono i passi, quelli odiosi, dei rappresentanti, piazzisti, postulanti vari.

Ovviamente chi si sta avvicinando porta l'andatura di quest'ultima categoria. Maledizione, andrei a far colazione al bar, ma ormai è tardi, si trova già sulla porta.

Il tipo è un indigeno del luogo che non conosco e, per la fortuna di entrambi, lui non conosce me. Reca in mano un fascio di fogli di carta, presumibilmente stampati, e con osservata cortesia ed educazione mi chiede: “Posso lasciare uno?”

Certo!

E me ne appioppa quattro o cinque sulla scrivania.

Ehi! Avevi detto uno! Sprecone!

Comunque se ne va il prima possibile lasciandomi solo a contemplare l'ultimo dei flyer in giro per il Paese, prodotto...da un partito politico di destra....


Vediamo su quali guasti inverecondi i nostri illuminatissimi saggi e onesti cittadini per bene votati al servizio civile della comunità che dal 1945 non hanno mai amministrato questo comune (e sì, il Paese è una Roccaforte Rossa, quindi chi si sta divertendo con Google Earth può iniziare a restringere il campo), vogliono farmi aprire gli occhi.

Oh, è vero, tra qualche giorno sarà una festa nazionale “comandata”, e come sapevo già c'è una vecchia Legge Regionale che impone la chiusura forzata di tutte le attività commerciali.

Credo che per molti non ci sia bisogno di questo specchietto che riepiloga la situazione, ma per onere di completezza vi riassumo in poche parole la situazione: attività artigianale orientata alla produzione di beni “voluttuari” (ceramiche decorate a mano), posto in un centro ad attrazione prevalentemente turistica, stato dell'economia del paese: orribile; stato dell'economia del settore: la corda annodata a forma di cappio sulla trave è pronta da un bel pezzo. Da questo si desume immediatamente che se i commercianti e gli artigiani riescono a pagare tasse, mutui, bollette pane e cipolle è grazie al fatto che nei fine settimana o nei giorni festivi si resta aperti e qualcuno alla fine passa a lasciare quel poco di surplus che possiede nelle sue tasche.

Ciononostante una Legge Regionale che impone la chiusura degli esercizi commerciali nei giorni di festività maggiore esiste effettivamente, solo che la sua storia è leggermente diversa da quella che viene raccontata da questo stronzissimo volantino che non dice nient'altro che in Comune (ma la legge non è stata emessa dalla Regione?) sono tutti degli sporchi sfaccendati corrotti che non muovono un dito per il benessere del ceto medio commerciale e di servizio della città, mentre loro, ah!, loro che non hanno mai visto passare una loro mozione in Consiglio Comunale per mancanza di voti a favore avrebbero millemila ottime idee per rendere le nostre vite una favola patinata.

Millemila ottime idee. Ok, ci sto. Quali sarebbero? Boh! Non c'è scritto nulla in proposito...non è che per caso, dopo aver vergato una quarantina di righe fitte fitte per insultare e denigrare dei pubblici ufficiali, si sono accorti di aver finito la pagina e hanno deciso di saltare la parte delle proposte ma si sono detti “è comunque bello così, vai in stampa”. (il tutto ovviamente perché tra qualche mese ci sono le Amministrative, c'è bisogno di dirlo?).

La storia di questa “famigerata” Legge Regionale è un po' più complessa e differente da quanto si sente in giro in piazza e io, che sarò senza dubbio il primo dei perdigiorno ma non sono certo l'ultimo degli scemi, me la sono andata a cercare.

Si tratta di una legge che il Consiglio Regionale (se state ancora smanettando su Google Earth, restringete ancora il campo: si tratta di una Regione Rossa), discusse e approvò su iniziativa dei Sindacati...


Aaaaaaaah! I SINDACATI!

Il vero cancro, la piaga biblica che affligge i più sani e produttivi settori produttivi d'Italia, schiacciando e banchettando come le arpie di Prometeo con la linfa vitale della gente Operosa & Per Bene.


Sì sono stati i Sindacati a voler la chiusura degli esercizi commerciali durante le maggiori festività dell'anno perché da quando in tutte le città del Paese il commercio è divenuto un'industria a fortissima presenza delle grandi catene di distribuzione, tra saldi, strenne e periodi di orario continuato e aperture domenicali, i dipendenti di queste catene commerciali non hanno nemmeno un giorno che sia uno di vere ferie. Anzi, saltare un giorno di lavoro anche con giustificazione significa un giorno di paga in meno, per non parlare del ricatto: “marini il lavoro? Ti licenzio in tronco”.


E che mi frega?

Io sono un artigiano, qui in bottega siamo solo io e mia madre, due titolari. Non abbiamo dipendenti, quindi in nome della libertà d'impresa stiamo aperti quanto ci pare.


Questa è una buona argomentazione. Sui libri e sulla carta stampata questa suonerebbe ottimamente come “eccezione formale” alla legge. Ha persino un senso giuridico.

Però come voi sapete bene, la realtà delle cose è sempre molto torbida. La realtà materiale è sempre un casino e fa sempre a cazzotti con i discorsi “belli tondi e ragionevoli”.


Le cose stanno così: durante i giorni di festa secondo la legge i commercianti devono stare chiusi, nel caso che qualcuno si intestardisca ad aprire i negozi, il vigile urbano che presidia la zona, interviene ordinando l'immediata chiusura e commina una multa a tre zeri senza virgola al trasgressore.

Una realtà “torbida e benevola” potrebbe semplicemente portare il Sindaco del posto a dire ai suoi tutori dell'ordine di chiudere un occhio e lasciare che le cose continuino, dopotutto qua l'economia va troppo a sfascio per interpretare il Catone della situazione (e ricordo a tutti che Catone terminò i suoi giorni sedendosi su un pitale in cui aveva infilato un gladio ben diritto dentro)


Ma non cediamo alle lusinghe della fantasia che ci porta a immaginare un mondo perfetto dove tutta la gente è premurosa verso di noi e realizza immediatamente i nostri desideri (E casomai ci fosse, Jessica Alba me la prendo per primo io), restiamo ai fatti, quei fatti che se messi in fila rendono la torbida realtà una vera e propria merda ben sparpagliata al sole.

Sapete quando fu approvata e divenne effettiva la famigerata Legge Regionale xxx/yy?

Agli inizi del III millennio.

Un attimo. Il terzo millennio è già iniziato da un po', e come mai solo dopo diversi anni arriviamo a parlare di questa legge che se applicata colpisce direttamente in faccia un'intera categoria nel suo quotidiano?

Semplicemente perché dopo alcuni anni che la legge era attiva e, da una parte, i commessi delle multinazionali si godevano i loro inalienabili giorni di riposo e, dall'altra parte, i piccoli esercenti e gli artigiani tenevano ugualmente aperto riuscendo a sbarcare il lunario senza noie, alla fine una maledettissima multa da parte di un maledettissimo vigile urbano con le palle girate è arrivata.

Volete sapere in quale comune? Volete sapere qual è la fazione politica che detiene la maggioranza in questo comune?

La risposta la conoscete già. Vi ci ho portato passo passo (annoiandovi probabilmente) e se non riuscite a dirlo, be'...mi spiace per voi, mandatemi una email.


In conclusione, rifacendo il verso a un mio amico di Roma “Aho! Ma questi che vonno?”.

Vorrebbero certamente il mio voto alle prossime Amministrative ma, interpretando me stesso: “Col cazzo!”.

Perché? Perché anche se sarà pur vero che qui siamo amministrati da oltre 65 anni dagli stessi impacciati e stantii assessori incapaci di assistere realmente ai bisogni dei cittadini, la destra coprofaga è peggio ancora.

Esattamente, avete letto bene: coprofaga. Coprofaga perché in effetti questa famigerata Legge Regionale non è del tutto centrata rispetto ai problemi che si pongono attualmente. Si può dire con tranquillità e serenità che si tratta di una “scoria” prodotta dal sistema, qualcosa che non funziona fino in fondo perché risolve un problema ma ne peggiora un altro. E le destre si tuffano golosi su scorie come queste e sperano di convincerci qualcuno. Be' di certo non sono io e spero non siano in molti in genere.

Sinceramente, vorrei potervi far leggere il volantino che hanno scritto, ma è impossibile. Se solo osassi dire una parola più specifica scatterebbe immediatamente una denuncia (e non ho tempo e soldi da buttare nei tribunali), soprattutto vi accorgereste di una cosa: va bene, fa tutto schifo, ma come intendente risolverlo?





Silenzio.



Forse al momento sono troppo affaccendati a masticare le “scorie” per pensare a cosa fare concretamente. Nel frattempo, a me il padrone del locale mi ha detto che l'anno prossimo col rinnovo dell'affitto c'è un “ritocchino” al canone. Di quanto? Del doppio.


Basta così. Il PC-Rudere ha finalmente preso vita, mi rimetto a scrivere di Johnny Schidòn e del suo amico L.

P.Ag


martedì 26 giugno 2007

Quando il mondo ancora dorme...

Sono uno di quei poveri cristi che soffrono della famosa “insonnia retroversa”: non ha importanza quante ore dorma o a che ora apro gli occhi, quando apro gli occhi poi non li richiudo più. Forse è per questo che ho aperto un blog.

L. era al quarto Campari-gin del pomeriggio, aveva iniziato a bere un'ora fa. Nello studio di casa sua il volume della televisione sintonizzata su Sky era al minimo, trasmettevano i commenti a caldo sulla giornata di campionato.

Faticava un po' a concentrarsi. Innanzi tutto non aveva ben chiaro se era più importante il calcio, o gli articoli della Stampa, il Corriere o del Sole 24 ore. Certamente il quarto Campari-gin lo aveva reso assolutamente incapace di seguire la battitura della relazione sul suo portatile. Poggiò il bicchiere nuovamente vuoto sul piano di cristallo della scrivania, scintillava, tutta la stanza scintillava di vetro, acciaio, legno intarsiato, lusso.

Si sentiva stanco e annoiato, e domani sarebbe stato nuovamente lunedì. Si raccolse le mani dietro la nuca e in maniche di camicia – una camicia costosissima – iniziò a pensare cosa avrebbe potuto mangiare. Qualcosa di leggero, pensò, giusto uno spuntino da accompagnare poi con un paio di bicchieri di whisky per addormentarsi molto presto avvolto in lenzuola di seta. Una nottata tranquilla, senza stravizi, per essere pronto ad affrontare un'altra settimana in azienda.

Il telefonino lo aveva spento al fischio di inizio delle partite, e a casa sua erano anni che rispondeva esclusivamente la segreteria telefonica. Ma senza sapere il motivo reale ridiede vita al cellulare, era come se avesse avuto la premonizione che qualcuno lo avesse chiamato tra poco.

A dire la verità teneva spento sempre il telefonino nei fine settimana, o quando si ritagliava del tempo libero tra i suoi impegni. Il più delle volte lo riaccendeva solo la mattina seguente perché quando prendeva la decisione di staccare non tornava mai indietro.

Eppure accese il telefonino e nel giro di sette od otto secondi questo iniziò a frignare come solito. Rispose soprattutto perché non riconobbe il numero, ma appena focalizzò l'identità del chiamante si pentì di aver tradito le sue abitudini.

Il chiamante aveva nome Schidòn, ed era l'ultima persona che avrebbe voluto sentire. A dire la verità era riuscito a non incontrarlo più da un paio d'anni, non per abilità, per la semplice inerzia connaturata al fatto che Schidòn non viveva nella sua stessa città. Ma questo non significava che la sua ricomparsa fosse cosa di cui rallegrarsi e festeggiare.

Per una persona come lui Schidòn era quanto di più snervante potesse incontrare nelle sue giornate. Una via di mezzo tra un contatto di lavoro e una conoscenza informale, un personaggio che lo aveva costretto a coinvolgersi nelle sue storie accampando tutta una serie di conoscenze in città. Schidòn diceva di essere qui di passaggio, si trovava nei pressi di un locale, un club musicale nei pressi del centro, e desiderava una compagnia per fare una bella rimpatriata. L. cercò di evitare

Dai su...a te non piacerebbe che un vecchio amico ti lasciasse tutto solo in questa serata noiosa, figurati che ho girato mezza Torino per ritrovarmi sempre tra cabinotti. Dài che ci divertiamo. E poi dobbiamo sistemare ancora un paio di cose, è meglio che ne parliamo vis à vis...”

Desistette. Tutto il progetto di un pasto umile e frugale e di una dormita ristoratrice sfumarono. A volte le minacce funzionavano anche con lui.

Oppure no? - Si sorprese a pensare.

In fin dei conti Schidòn era solo un outsider a Torino, e anche se, per caso, avrebbe voluto dar fastidio seriamente, lui con un paio di telefonate giuste se la sarebbe cavata agevolmente. Perché allora non lo aveva mandato a fare in culo, invece di tentare di rifarsi il nodo alla cravatta?

Chiamò la governante, gli disse che stava uscendo fuori a cena.

La governante notò che il suo datore di lavoro aveva qualche difficoltà non solo con la cravatta, ma di equilibrio in generale, chiese, con rispetto, se doveva chiamare un taxi, ma lui negò, sostenendo di voler prendere la macchina.

La governante si fece i fatti suoi e sparì.


Il luogo dell'appuntamento era in viale Virgilio, una strada immersa nel verde di un parco pubblico vicino alla riva destra del Po. L. proveniva dalla sua casa sulle colline a oriente della città, guidando piano perché la testa gli ronzava; quando si ritrovò all'altezza del viale Enrico Thovez, puntò la Thesis verso Corso Fiume, e poi dritto per il ponte di Umberto I, alla prima traversa a sinistra entrò nell'area verde.

Trovò Schidòn, intabarrato nel suo cappotto, un borsalino nero calcato sulla fronte, la sciarpa di seta intorno a collo e gli occhiali cerchiati d'oro sul naso.

Si accostò alla figura che lo aspettava sull'entrata del parcheggio di un locale chiamato lo “Chalet”. Schidòn salì in macchina velocemente e prima ancora di salutare si era tolto dalla testa il cappello. L. non se lo ricordava nei dettagli, ma non gli pareva cambiato. Sembrava una persona tra i trenta e i quaranta, non troppo alta, aveva capelli rossi, quasi tutti ancora, con un taglio che ricordava certi personaggi del cinema degli anni '30. Anche lui aveva i capelli rossi, ma erano più fitti, più corti e ondulati, accuratamente impomatati con un gel che ne preservava la lucidità, la salute e la freschezza, mentre quelli di Schidòn sembravano più morbidi e fluttuanti quando lasciati liberi dalle falde del cappello.

L. si congelò letteralmente a osservare Schidòn, aveva qualcosa di morboso negli occhi vivaci cerchiati d'oro, il volto quasi senza età non era attraente, aveva zigomi massicci e le guance un po' cadenti, la pelle pallida e chiazzata delle lentiggini tipiche del “pel di carota”, mescolate a strane fossette.

Sì, sono carino lo so, ma tu lo sei di più, ora vogliamo andare?” sospirò Schidòn con il suo strano accento che quasi rassomigliava a quello torinese.

L. scosse la testa come se dovesse riprendersi da un momenti di stordimento.

Vuoi cenare da qualche parte?” Mugugnò.

Per il momento no, recati in questa via, abbiamo un appuntamento”. Gli rispose porgendogli un appunto che prese in mano e lesse per poi far ripartire la macchina senza la minima discussione.

Non dovevano fare molta strada, ma il traffico tardopomeridiano domenico-autunnale era massacrante a Torino. Aveva ricevuto la chiamata di Schidòn alle 19 e 15, aveva percorso una dozzina scarsa di chilometri in oltre 20 minuti, ora erano le otto e cinque e dovevano restare in macchina ancora per molto a dispetto dei pochi chilometri da fare.

Tuttavia Schidòn non sembrava ansioso, anzi, si stava divertendo come un ragazzino nello stuzzicare il navigatore satellitare, l'aria condizionata e lo stereo della Lancia. L. pensò che il suo “amico” non ci capisse niente di quei congegni, sembrava più che mai una scimmia con un'espressione di umana curiosità e compiacimento che pigiava a caso i tasti per vedere che tipo di colori si illuminassero.

Perché mi hai detto che dovevamo avere un chiarimento?” Chiese L. a Schidòn fissando rigidamente la strada oltre il parabrezza.

Schidòn si rimise composto sul sedile, fece schioccare le labbra e gli rispose: “Perché al telefono mi avevi dato l'impressione di essere capace di abbandonare solitario un tuo vecchio amico in una serata di noia mortale”.

A dire il vero...mi sentivo un po' stanco e volevo andare a letto presto”.

Ora non puoi più, ora sei mio...ti ho preparato una serata indimenticabile”. A questa risposta egli non seppe cosa pensare, si sentiva ancora più in pericolo di quando immaginava di dover giungere alla resa dei conti con Schidòn...per quell'affare.


Infine arrivarono, parcheggiò scesero dalla macchina e Schidòn lo condusse fino a un portone. Suonò e quando dal citofono chiesero chi era disse: “Johnny, e un amichetto...”

Johnny” sospirò 'l'amichetto', “Dove siamo arrivati? In una casa di appuntamenti?”

Molto di più”. Gli sorrise aprendo il portone, ma l'altro roteava gli occhi pensoso...

Johnny Schidòn si voltò, inquadrò l'amichetto, tese la mano, afferrò la manica del cappotto dell'altro e diede uno strattone deciso. L. era almeno dieci centimetri più alto di Schidòn, era più giovane, era più pesante forse anche di quindici chili, ma si ritrovò con la fronte a due centimetri dal primo gradino della tromba delle scale. Si voltò a sedere, tremava di paura. Schidòn chiuse la porta e ancora di spalle disse.

Non ha importanza se vuoi salire o meno, ora salirai con me”. Si voltò a guardarlo con un sorriso tagliente quanto un rasoio.

Tanto...Per quanto potresti cercare di tirartene fuori, la tua starlette potrà solo pensarne male. Io sono bravissimo a far pensare male la gente”. L'ultima frase di Schidòn fu come il sibilo di un rettile.