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Ditesti

lunedì 2 aprile 2012

Ma questa cosa della riforma dell'Articolo 18 (ancora!)

In qualità di Paolo Augusto mi pare giusto buttare giù quattro righe iraconde di veleno su questa storia che imperversa virulenta e rognosa come un herpes da almeno dieci anni nel Paese, giusto perché si aspetta che un Computer finisca un'operazione "random" automatizzata e poi si spenga tutto - altrimenti sia vestito da Paolo Augusto che non, mi sarei già dilungato sul letto in tutte le membra.
Un tema, una scusa da pretino in seminario, che non voglio proprio più sentire da parte di questa larga e vasta masnada di affiliati stile cosca a una casta d'imbecilli che ha in mano le redini di questo povero Stato è proprio:  «ma la riforma del lavoro in Italia è finalizzata alla crescita economica del paese e ad aiutare i giovani, le donne, i disoccupati di lungo corso, gli handicappati, i depressi cronici, gli scansafatiche e anche i nudi, gli scalzi e gli affamati a trovare lavoro con più facilità» e bla bla bla, gnè, gnè, gnè... Pucci-Pucci!

Perdonate: ma qualcuno si rende conto che se una persona trova un impiego e poi finisce con l'alzarsi tutte le mattine per andare a lavorare, alla fine del mese dovrebbe ricevere uno stipendio? 
Mi pare che su questo non ci piova, ma la logica dice anche che per percepire uno stipendio, bisogna corrispondere un'attività produttiva utile in qualche modo per qualcosa. 
Qui iniziamo a vedere qualche problema: che razza di attività produttive mai restano nel Paese, ridotto allo stremo e compresso in ogni sua parte da un governo che impoverisce peggio della malaria e falcidia peggio della peste?

Ma sul serio è così necessaria una riforma della giurisprudenza del lavoro in Italia di fronte alla fame che ci sta per il Paese? Stiamo arrivando come - se non peggio - alle condizioni che esistevano tra XVIII e XIX secolo, e le analisi più truci degli economisti politici dell'Ottocento tornano a bastare e ad avanzare, nell'era digitale.


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